Accadde oggi, 26 Agosto del 55 a.C., Giulio Cesare sbarca e invade la Britannia – Lo sterminio da parte del Papa degli Ezzelini signori di Verona, Treviso e Vicenza

 

Ci pensarono gli Spagnoli dell’Invincibile Armada, che andò distrutta, lo sognarono Napoleone ed Hitler, ma, a parte quella degli Angli, Sassoni, Frisoni e Juti che furono migrazioni germaniche più che conquiste, l’unico che riuscì a prendere l’isola britannica e a porvi un dominio secolare fu Roma con Giulio Cesare. Dopo di lui, Guglielmo il Conquistatore. Un Normanno

 

di Daniele Vanni

 

Nel 55 a.C. i popoli germanici degli Usipeti e dei Tencteri, che assieme costituivano una massa di 430.000 uomini, si spinsero fino al Reno (il confine romano) e occuparono le terre dei Menapi. Cesare, allertato dalla possibilità di un’avanzata germanica in Gallia, si affrettò a raggiungere la Belgica, e impose loro di tornare oltre il fiume. Quando questi si ribellarono agli accordi, Cesare ne fece imprigionare a tradimento gli ambasciatori e ne assaltò a sorpresa gli accampamenti, uccidendo quasi 200.000 tra uomini, donne e bambini. L’azione, particolarmente cruenta, suscitò la sdegnata reazione di Catone, che propose al senato di consegnare Cesare ai Galli, in quanto colpevole, di aver violato i diritti degli ambasciatori. Il Senato, invece, proclamò una lunghissima supplicatio di ringraziamento di ben quindici giorni. Subito Cesare, costruito in gran fretta un ponte di legno sul Reno, condusse una breve spedizione in Germania per intimidire gli abitanti del luogo e scoraggiare altri eventuali tentativi di invasione.

Rassicurato da queste sue azioni, nell’estate del 55 a.C., Cesare decise di invadere la ricca e misteriosa Britannia, allora abitata da soli popoli celtici.Dopo molte operazioni preventive, Cesare dovette attendere che il vento si placasse prima di salpare. Finalmente, la notte del 26 agosto(era circa mezzanotte), la bonaccia permise alla flotta di mollare gli ormeggi e salpò con ottanta navi e due legioni (la VII Claudia e la X Equestris) per sbarcare nei pressi di Dover, poco lontano da dove lo attendeva l’esercito nemico, la mattina del 27 agosto. Dopo un duro combattimento, i Britanni furono sconfitti e decisero di sottomettersi a Cesare, ma tornarono quasi subito alla ribellione, non appena appresero che parte della flotta romana era stata danneggiata dalle tempeste, che impedivano l’arrivo di rinforzi.

Attaccati di nuovo i Romani, i Britanni risultarono, però, nuovamente sconfitti, e furono costretti a chiedere la pace e a consegnare numerosi ostaggi. Cesare tornò allora in Gallia, dove dislocò le legioni negli accampamenti invernali; intanto, però, molti dei Britanni si rifiutarono di inviare gli ostaggi promessi, e Cesare cominciò a programmare una nuova campagna.

 

Nel 54 a.C., assicuratosi di nuovo la fedeltà della Gallia, il generale salpò nuovamente verso la Britannia con ottocento navi e cinque legioni. Sbarcò senza incontrare nessuna resistenza, ma, non appena si fu accampato, venne attaccato dai Britanni, guidati da Cassivellauno, che però fu sconfitto in due successive battaglie.

Cesare decise allora di portare la guerra nelle terre dello stesso Cassivellauno, oltre il Tamigi, e attaccò fulmineamente i nemici: dopo che ebbe riportato delle facili vittorie, molte tribù gli si sottomisero e Cassivellauno, sconfitto, fu costretto ad avviare le trattative di pace, che stabilirono che egli avrebbe offerto ogni anno un tributo e degli ostaggi a Roma.

Cesare si ritirò allora dalla Britannia stabilendo numerosi rapporti di clientela che posero la base per la conquista dell’isola nel 43 d.C.

 

 

 

La Famiglia tedesca degli Ezzelino o Da Romano si fecero signori di diverse città tra le più grandi del Veneto e per questo entrarono nel mirino del Papato che aveva ben gioco di aizzargli contro Venezia, per la quale la Chiesa aveva già in mente la cura futura!

 

La fine della famiglia Da Romano è un evento verificatosi a San Zenone degli Ezzelini il 26 agosto 1260.

Il capostipite della famiglia, Ezzelino III da Romano, (il “feroce”, il “terribile”) scomunicato e messo da Dante (questo sì!!) nel Canto XII° dell’Inferno tra i violenti, in un fiume di sangue, nel quale però non colloca il Papa che sangue anche degli Ezzelini, ne versò davvero a fiumi! era morto in prigionia a Soncino nel 1259. Dove aveva rifiutato, con “anima” tedesca!, sacramenti e medicine ed anzi si era strappato le bende, tra la contentezza di coloro chelo “assistevano” morendo…dissanguato!

Il papa Alessandro IV, in seguito alla morte dell’imperatore Federico II di Svevia, alleato di Ezzelino, aveva inviato una crociata contro il tiranno e la sua famiglia.

Lo avevano appoggiato molte altre città come Venezia, Treviso e, in particolare, Ferrara. Dopo aver sconfitto Ezzelino III e il suo esercito sotto le mura di Cassano d’Adda, la crociata fece ritorno nel Veneto e attaccò la famiglia di Ezzelino, che nel frattempo si era rifugiata nel castello di colle Castellaro a San Zenone degli Ezzelini, ora non più esistente, dove stette per quasi 10 mesi.

Gli assedianti giunsero lì il 24 agosto 1260.

 

La sentenza

 

La sentenza di morte di Alberico e famiglia fu emessa decisa a Treviso dal podestà Marco Badoer e dai suoi consiglieri cinque mesi prima della messa in atto. L’atto prevedeva che: ‘

 

« Se Alberico da Romano e la sua famiglia fossero finiti nelle mani dei trevigiani, i figli maschi sarebbero stati decapitati, le figlie femmine e la moglie sarebbero state bruciate vive e per ultimo Alberico sarebbe stato trascinato alla coda di un cavallo per le strade di Treviso»

 

 

L’assedio di San Zenone

 

I crociati, dopo un periodo di riposo, partirono alla volta di San Zenone. Qui sorgeva l’imponente roccaforte nella quale si era barricato Alberico. Oggi della rocca rimane solo qualche pietra del basamento del mastio, ma nel XIII secolo essa era imprendibile. I crociati, giunti sul campo di battaglia, iniziarono ad accamparsi fuori dalle mura e la situazione rimase così per mesi. All’interno del castello, però, il caldo torrido di agosto si faceva sentire, le provviste scarseggiavano e i mercenari tedeschi, abituati a un costante movimento con Ezzelino, trovarono insopportabile rimanere fermi per mesi.

Alla fine, alcuni soldati ezzeliniani avevano stretto amicizia con i crociati ed elaborato un piano per permettere la conquista del castello. Il piano prevedeva l’apertura della piccola pusterla pedonale, a fianco alla grande porta carraia, così da permettere l’entrata nella cinta di una trentina di uomini, abbastanza da seminare il panico. E così fu. Alberico, spaventato dagli eventi, lascia il palazzo interno alle mura per rifugiarsi nel grosso mastio. Nel frattempo, tutte le truppe crociate avevano invaso il castello e aspettavano l’ormai certa resa di Alberico. Il povero Da Romano, ormai completamente impazzito, passava le giornate a piangere finché, un giorno, radunò attorno a sé i familiari per comunicare l’imminente resa. Ordinò l’apertura della porta del mastio e uscì. Alberico fu subito catturato e legato: con la bocca serrata in una morsa fu portato di fronte a Marco Badoer. Il podestà di Treviso srotolò la pergamena con la sentenza e pronunciò la condanna a morte al cospetto di un terrorizzato Alberico, che, stretto nella morsa, non poteva urlare.

Tuttavia, il Badoer ordinò che la sentenza venisse eseguita lì sul colle e non a Treviso come era stato stabilito, per evitare ripensamenti. I figli di Alberico furono condotti al ceppo urlanti e scalcianti e furono decapitati; le figlie e la moglie denudate e arse vive sul rogo. Il tutto avvenne sotto gli occhi Alberico, impazzito e ormai non più cosciente. Quest’ultimo fu legato alla coda di una cavallo e trascinato attraverso i rovi e gli sterpi. Era il 26 agosto 1260.

 

I corpi di Alberico e di un figlio maschio furono portati a Treviso, squartati e in seguito bruciati.

 

Di seguito è riportata la lista dei familiari di Alberico:

 

Margherita, seconda moglie, arsa viva

Ezzelino IV, morto nel 1243

Giovanni, decapitato

Alberico, decapitato

Romano, decapitato

Ugolino, decapitato

Tornalsce, decapitato

Griseida, arsa viva

Amabilia, arsa viva

 

Il frate Salimbene de Adam assistette a tutto questo e lo riportò su una cronaca del tempo, scrivendo: “Vidi ista oculis mei” ossia “Vidi questo con i miei occhi”.

Ma, cristianamente, si ritirò in preghiera, senza urlare o tentare d’impedire tale scempio!!

 

 

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