Accadde oggi, 23 dicembre 1984: la strage del treno 904 Napoli-Milano

 

Ancora un intreccio tra mafia, camorra, estrema destra, massoneria, servizi deviati, depistaggi….quella strage che Craxi definì fatta “Per insanguinare il Natale” e che, però, come le altre non è stata mai chiarita fino in fondo e dove, come ogni volta, ci sono stati enormi valzer di sentenze, riforme di sentenze, annullamenti, cambi di sede…senza capire perché si volle spargere quel sangue nell’antivigilia del Natale ’84, quando, rientrato dopo Moro, l’ingesso ufficiale del PCI al potere governativo (cosa che era però nei fatti) adesso la Prima Repubblica virava dal predominio unico della DC con i primi governi  “laici” ed il termini di per sé, dice già molto, di Spadolini e Craxi.

 

di Daniele Vanni

 

 

Quella di San Benedetto Val di Sambro-Castiglione Pepoli è una stazione ferroviaria posta sulla linea Bologna–Firenze, all’imbocco della Direttissima, la galleria ferroviaria più lunga d’Italia.

La stazione è stata aperta, assieme alla Direttissima Bologna-Firenze nel 1934.

Durante gli anni di piombo, lo scalo fu “teatro” di due attentati terroristici. Il 4 agosto 1974una bomba esplose sull’Espresso Italicus proveniente da Roma e diretto a Monaco di Baviera provocando la morte di dodici persone e ferendone quarantaquattro.

Dieci anni dopo, il 23 dicembre 1984un altro ordigno esplose sul rapido 904 Napoli-Milano, mentre passava sotto la Grande Galleria dell’Appennino. Il bilancio di questa tragedia fu di 17 morti e 267 feriti.

 

La strage del Rapido 904 o strage di Nataleè il nome attribuito a un attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande galleria dell’Appennino ai danni del treno rapido n. 904, proveniente da Napoli e diretto a Milano.

 

Tutti e due i treni provenienti dal Sud. Tutti e due, come altre bombe, altri attentati, vicino a Bologna.

 

L’attentato è avvenuto nei pressi del punto in cui, poco più di dieci anni prima, era avvenuta la strage dell’Italicus.

Per le modalità organizzative ed esecutive, e per i personaggi coinvolti, è stato indicato dalla Commissione Stragi come l’inizio dell’epoca della guerra di mafia dei primi anni novanta del XX secolo.

 

L’attentato venne compiuto di domenica, il 23 dicembre 1984, nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività.

 

Il treno, attorno alle 19.08fu colpito da un’esplosione violentissima, mentre percorreva la Direttissima in direzione nord, a circa 8 chilometri all’interno del tunnel della Grande Galleria dell’Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di IIa classe, a centro convoglio: l’ordigno era stato collocato sul treno, durante la sosta alla stazione di Firenze Santa Maria Novella.

 

Al contrario del caso dell’Italicus, questa volta gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l’effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d’aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. L’esplosione causò 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

Venne predisposta una perizia chimico-balistica, da parte della Procura della Repubblica di Bologna, per capire le dinamiche dell’esplosione e il materiale utilizzato. Emerse che un testimone aveva visto una persona sistemare due borsoni in quel punto presso la stazione di Firenze, per cui l’inchiesta fu trasmessa alla Procura della Repubblica di Firenze.

 

Nel marzo 1985, vennero arrestati a Roma, per altri reati (tra cui traffico di stupefacenti), Guido Cercola e il pregiudicato Giuseppe Calò, noto mafioso palermitano più comunemente conosciuto come Pippo Calò.

L’11 maggio 1985 venne identificato il covo dei due arrestati, in un edificio rustico presso Poggio San Lorenzo di Rieti: nella perquisizione vennero rinvenuti alcuni chili di eroina e un apparato ricetrasmittente, delle batterie, alcuni apparecchi radio, antenne, cavi, armi ed esplosivi. Le perizie condotte prima a Roma e poi a Firenze dimostrarono come quel tipo di materiale fosse compatibile con quello usato nell’attentato al treno: anche l’esplosivo era del medesimo tipo, con la stessa composizione chimica.

 

Il 9 gennaio 1986 il Pubblico Ministero Pierluigi Vigna imputa formalmente la strage a Calò e a Cercola, che l’avrebbero compiuta:

 

« …con lo scopo pratico di distogliere l’attenzione degli apparati istituzionali dalla lotta alle centrali emergenti della criminalità organizzata che in quel tempo subiva la decisiva offensiva di polizia e magistratura per rilanciare l’immagine del terrorismo come l’unico, reale nemico contro il quale occorreva accentrare ogni impegno di lotta dello Stato »

Emersero dei rapporti tra Cercola e un tedesco, Friedrich Schaudinn, che sarebbe stato incaricato di produrre alcuni dispositivi elettronici da usarsi per attentati. Questi vennero trovati in casa di Pippo Calò.

 

Vennero a galla diverse linee di collegamento tra Calò, mafia, camorra napoletana, gli ambienti del terrorismo eversivo neofascista, la Loggia P2 e persino con la Banda della Magliana: questi rapporti vennero chiariti da diversi personaggi vicini a questi ambienti, tra cui Cristiano e Valerio Fioravanti, Massimo Carminati e Walter Sordi. Le deposizioni che spiegavano i legami tra questi tre ambienti della criminalità emersero al maxiprocesso dell’8 novembre 1985, di fronte al giudice istruttore Giovanni Falcone.

 

La Corte di Assise di Firenze, il 25 febbraio 1989, condannò alla pena dell’ergastolo Pippo Calò, Cercola e altri imputati legati ai due (Alfonso Galeota, Giulio Pirozzi e Giuseppe Misso, boss della Camorra detto Il Boss del Rione Sanità), con l’accusa di strage. Inoltre, condannò a 28 anni di detenzione Franco Di Agostino e a 25 anni Schaudinn; condannò inoltre altri imputati nel processo per il reato di banda armata.

 

Il secondo grado venne celebrato dalla Corte di Assise di Appello di Firenze, presieduta dal giudice Giulio Catelani, con sentenza emessa il 15 marzo 1990. Le condanne all’ergastolo per Calò e Cercola furono confermate, e anche la pena di Di Agostino fu riformata in ergastolo. Misso, Pirozzi e Galeota vennero invece assolti per il reato di strage, ma condannati per detenzione illecita di esplosivo. Il tedesco Schaudinn venne invece assolto dal reato di banda armata, ma fu confermata la sua condanna per strage: la sua pena fu ridotta a 22 anni.

 

Il 5 marzo 1991, la 1ª sezione della Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullò la sentenza di appello.

Il sostituto Procuratore generale Antonino Scopelliti era contrario e mise in guardia i giudici dal far prevalere l’impunità del crimine. La Suprema Corte di Cassazione annullò con rinvio la sentenza d’appello, disponendo quindi un nuovo giudizio, dinnanzi ad altra sezione della Corte d’Assise d’Appello di Firenze. Quest’ultima il 14 marzo 1992 confermò gli ergastoli per Calò e Cercola, condannò Di Agostino a 24 anni e Schaudinn a 22. Misso si vide la condanna ridotta a tre soli anni, per detenzione di esplosivo, mentre le condanne di Galeota e Pirozzi furono ridotte a un anno e sei mesi; tutti e tre furono assolti dai reati di strage.

 

Quello stesso giorno Galeota e Pirozzi, insieme alla moglie Rita Casolaro ed alla moglie di Giuseppe Misso, Assunta Sarno, stavano ritornando a Napoli quando, durante il viaggio, incorsero in un agguato: la loro auto (una Ford Fiesta XR2) fu speronata e mandata fuori strada da alcuni killer della camorra che li seguivano sull’autostrada A1, all’altezza del casello di Afragola/Acerra, alle porte di Napoli. Le armi da fuoco dei killer lasciarono sul terreno i corpi di Galeota e della Sarno, quest’ultima addirittura con un colpo di pistola in bocca. Soltanto Giulio Pirozzi e sua moglie riuscirono miracolosamente a uscire vivi da quella che fu una vera e propria mattanza di camorra, anche grazie al sopraggiungere di un’auto della polizia stradale dal senso inverso di marcia, che impedì ai killer di completare il lavoro. Pirozzi, benché ferito gravemente, si salvò anche perché si finse morto nel corso della sparatoria. L’auto usata dagli assassini, una Lancia Delta HF, fu poi abbandonata nei pressi dell’aeroporto di Capodichino e data alle fiamme.

 

La 5ª sezione penale della Cassazione il 24 novembre 1992 confermò la sentenza, riconoscendo la “matrice terroristico-mafiosa” dell’attentato.

 

Il 18 febbraio 1994, la Corte di Assise di Appello di Firenze concluse il giudizio anche per il parlamentare dell’MSI Massimo Abbatangelo, la cui posizione era stata stralciata dal processo principale. Abbatangelo fu assolto dal reato di strage, ma venne condannato a sei anni di reclusione per aver consegnato dell’esplosivo a Giuseppe Misso, nella primavera del 1984. Le famiglie delle vittime fecero ricorso in Cassazione contro quest’ultima sentenza, ma persero e dovettero rifondere le spese processuali.

 

Guido Cercola si suicidò in carcere a Sulmona il 3 gennaio 2005, soffocandosi con dei lacci di scarpe. Rinvenuto agonizzante in cella, morì durante il trasporto in ospedale.

 

Il 27 aprile 2011 la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli emise un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del boss mafioso Totò Riina per la strage, precisando che Riina è considerato il mandante della strage.

Il 25 novembre 2014, si aperse a Firenze il processo a Totò Riina.

Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia napoletana l’attentato si inserì in un disegno strategico di Riina per far apparire l’attentato come un fatto politico e come risposta al maxi processo a Cosa Nostra.

 

Il 14 aprile 2015, Totò Riina fu assolto per mancanza di prove.

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