Accadde Oggi, 20 Novembre: 2007: la scoperta a Roma della grotta dei Lupercali e di Romolo e Remo

 

Sotto la casa di Augusto, sul Palatino, si ritrova la grotta dei Lupercali, mito e rito di passaggio fondante della Romanità, che ha dato il via a tanti aspetti della Cresima cristiana e del Carnevale

 

diDaniele Vanni

La Grotta della Lupa

E’ stata una delle più grandi scoperte archeologiche di sempre, passata però quasi sotto silenzio, il che dimostra, al di là di tutti i discorsi retorici e d’occasione di politici e ministri, il vero valore della cultura nel mondo moderno!

Francesco Rutelli, quale Ministro dei Beni Culturali (!) ed ex-Sindaco di Roma, che poi sarà della Raggi, dopo lo scandalo mafia-capitale! annuncia il ritrovamento del Lupercalesotto il Colle Palatino, avvenuto durante alcuni scavi!

Detto così, sembra quasi il nulla! Invece ci troviamo di fronte ad uno dei riti fondanti della Romanità, cioè quel popolo, quella lingua, quella religione, quelle credenze, quel diritto, quella civiltà, che ha improntato di sé, tutto il mondo civilizzato fino all’avvento del Web!

I Latiniche avevano il loro luogo originario sul Palatino e portavano i loro greggi dove poi doveva sorgere il Circo Massimo o al Velabro o sul Campidoglio, consideravano sommamente sacra una cavità, una spelonca, il Lupercale, una grotta, poi divenuta santuario, dove i Romani veneravano il dio Luperco (Faunus lupercus), ai piedi del Palatino.

In origine, il Lupercale era una semplice grotta che si trovava ai piedi del Palatino, sul lato occidentale.

Dionigi la descrive grande, pietrosa, ricoperta di querce, con una fonte d’acqua sul fondo.

Il 26 gennaio 2007 l’archeologa italiana Irene Iacopi annunciò che aveva probabilmente trovato la leggendaria grotta, sotto le rovine della Casa di Augusto sul Palatino. Gli archeologi hanno rinvenuto questa cavità ad una profondità di 15 metri durante i lavori di restauro del palazzo.

Il 20 novembre 2007 è stato distribuito un primo gruppo di foto che mostra la volta della grotta, adornata di mosaici colorati e di conchiglie. Il centro della volta è decorato con un’aquila bianca, che è il simbolo del principato di Augusto. Gli archeologi sono ancora alla ricerca dell’entrata della grotta, sotto il Palatino, nei pressi del palazzo di Augusto.

La grotta, situata presso le mura del palazzo di Aurelio, tra il Tempio di Apollo Palatino e la Basilica di Sant’Anastasia al Palatino, all’altezza del Circo Massimo, si trova a 16 metri di profondità, e finora è stata solo esplorata da una telecamera sonda, la quale ha mostrato una struttura di 9 metri di altezza per 7,5 di diametro, con le pareti decorate a mosaici e al centro l’aquila augustea.

Alcuni hanno condiviso l’identificazione di questa grotta con il lupercale, altri invece hanno espresso molti dubbi.

Luperco (o Lupercus) nella mitologia romana era considerato una divinità pastorale invocata a protezione della fertilità. In suo onore venivano celebrati il 15 febbraio, in una grotta sul colle Palatino, i Lupercalia, una delle maggiori festività della Roma antica assieme ai Saturnalia (saturnali), agli Equiria e ai Ludi Saeculares.

Venne progressivamente incorporato nella figura di Fauno.

I Lupercali (in latino: Lupercalia) erano una festività romana che si celebrava nei giorni nefasti di febbraio, mese purificatorio (dal 13 fino al 15 febbraio), in onore del dio Fauno nella sua accezione di Luperco (in latino Lupercus), cioè protettore del bestiame ovino e caprino dall’attacco dei lupi. Plutarco li definisce troppo semplicemente dei riti di purificazione.

Secondo un’altra ipotesi, avanzata da Dionisio di Alicarnasso, i Lupercalia ricordano il miracoloso allattamento dei due gemelli Romolo e Remo da parte di una lupa che da poco aveva partorito; Plutarco dà una descrizione minuziosa dei Lupercalia nelle sue Vite parallele.

I Lupercalia venivano celebrati nella grotta chiamata appunto Lupercale, sul colle romano del Palatino dove, secondo la leggenda, i fondatori di Roma, Romolo e Remo, sarebbero cresciuti allattati da una lupa.

La festività si svolgeva a metà febbraio, con il suo culmine il 15 febbraio, perché questo mese era il culmine del periodo invernale nel quale i lupi, affamati dal lungo inverno, si avvicinavano agli ovili, minacciando le greggi. Era quindi situata quasi alla fine dell’anno, considerando che i Romani festeggiavano il nuovo anno il 1º marzo.

Tale rito consisteva in una corsa sfrenata a piedi degli abitanti del Palatino (allora chiamato Pallanzio, dalla città dell’Arcadia di Pallanteo), senza abiti e con le pudenda coperte dalle pelli degli animali sacrificati, tutto in onore di Pan Liceo (“dei lupi”).

Secondo una leggenda narrata da Ovidio, al tempo di re Romolo vi sarebbe stato un prolungato periodo di sterilità nelle donne. Uomini e donne si recarono perciò in processione fino al bosco sacro di Giunone, ai piedi dell’Esquilino, e qui si prostrarono in atteggiamento di supplica. Attraverso lo stormire delle fronde, la dea rispose, sgomentando le donne, che le donne dovevano essere penetrate (inito, che rimanda a Inuus, altro nome di Fauno) da un sacro caprone, ma un augure etrusco interpretò l’oracolo nel giusto senso, sacrificando un capro e tagliando dalla sua pelle delle strisce con cui colpì la schiena delle donne e dopo dieci mesi lunari le donne partorirono!

I Lupercalia furono una delle ultime feste romane ad essere abolite dai cristiani. In una lettera di papa Gelasio I, si riferisce che a Roma durante il suo pontificato (quindi negli anni fra il 492 e il 496) si tenevano ancora i Lupercali, sebbene ormai la popolazione fosse da tempo, almeno nominalmente, cristiana. Nel 495 Gelasio scrisse questa lettera (in realtà un vero e proprio trattato confutatorio) ad Andromaco, l’allora princeps Senatus, rimproverandolo della partecipazione dei cristiani alla festa.

La festa era celebrata da giovani sacerdoti chiamati Luperci, seminudi con le membra spalmate di grasso e una maschera di fango sulla faccia; soltanto intorno alle anche portavano una pelle di capra ricavata dalle vittime sacrificate nel Lupercale.

I Luperci, diretti da un unico magister, erano divisi in due schiere di dodici membri ciascuna chiamate Luperci Fabiani (“dei Fabii”) e Luperci Quinziali (Quinctiales, “dei Quinctii”), ai quali per un breve periodo Gaio Giulio Cesare aggiunse una terza schiera chiamata Luperci Iulii, in onore di se stesso.

Plutarco riferisce che il giorno dei Lupercalia, venivano iniziati due nuovi luperci nella grotta del Lupercale; dopo il sacrificio di capre e, pare, di un cane, i due nuovi adepti venivano segnati sulla fronte intingendo il coltello sacrificale nel sangue delle capre appena sacrificate. Il sangue veniva quindi asciugato con lana bianca intinta nel latte di capra, al che i due ragazzi dovevano ridere. Un rito che ricorda il racconto che si faceva una volta ai ragazzi che stavano per ricevere la Cresima (l’unzione, krisma, di Confermazione della fede ricevuta con il Battesimo, quindi rafforzarsi nella fede e diventare “soldati di Dio”). Che si spaventavano a morte, dicendo che la fascia sulla testa veniva messa per fermare il sangue, dopo che si era fatto un buco con un chiodo (quelli della Crocefissione??!)!

Questa cerimonia, quella dei Lupercali che la Chiesa ha in parte ripresa e che c’era anche nel mitraidismo a Roma, è stata interpretata come un atto di morte e rinascita rituale, nel quale la “segnatura” con il coltello insanguinato rappresenta la morte della precedente condizione “profana”, mentre la pulitura con il latte (nutrimento del neonato) e la risata rappresentano invece la rinascita alla nuova condizione sacerdotale.

 

Venivano poi fatte loro indossare le pelli delle capre sacrificate, dalle quali venivano tagliate delle strisce, le februa o amiculum Iunonis, da usare come fruste. Da qui febbraio, mese della purificazione e febbre che monda dalla malattia, ma anche dalla “febbre” della paura!

Dopo un pasto abbondante, tutti i luperci, compresi i due nuovi iniziati, dovevano poi correre intorno al colle saltando e colpendo con queste fruste sia il suolo per favorirne la fertilità sia chiunque incontrassero, ed in particolare le donne, le quali per ottenere la fecondità in origine offrivano volontariamente il ventre, ma al tempo di Giovenale ai colpi di frusta tendevano semplicemente le palme delle mani.

In questa seconda parte della festa i luperci erano essi stessi contemporaneamente capri e lupi: erano capri quando infondevano la fertilità dell’animale (considerato sessualmente potente) alla terra e alle donne attraverso la frusta, mentre erano lupi nel loro percorso intorno al Palatino. La corsa intorno al colle doveva essere intesa come un invisibile recinto magico creato dagli scongiuri dei pastori primitivi a protezione delle loro greggi dall’attacco dei lupi; la stessa offerta del capro avrebbe dovuto placare la fame dei lupi assalitori.

 

Un grandissimo rito per sconfiggere la “Paura” quella della morte (non a caso “LUPU” in Etrusco e da lì doveva venire il rito, vuol dire “morto”!!) e di tutte le paure dell’uomo, inneggiando alla vita, alla rinascita in un rito di passaggio meraviglioso, alla fertilità dell’uomo e degli armenti, nella prossima esplosione della natura di cui si sentono già gli avvisi e che fanno scoppiare questo carnevale sacro!!!

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