Accadde Oggi, 20 Novembre: 1820, “Moby Dick” attacca e affonda la baleniera Essex

 

Un episodio incredibile ma vero, dove un capodoglio bianco, che poi ispirò Melville a scrivere il suo celebre libro, si vendicò giustamente dello scempio che l’uomo faceva e fa delle balene

di Daniele Vanni

La Essex fu una baleniera che nel 1820 rimase coinvolta in una storia che pare abbia ispirato, almeno nella prima parte, Herman Melville per il suo celebre romanzo Moby Dick.

Storia

Fu costruita forse a Nantucket, un’isola del Massachusetts, nel 1799.

Nell’agosto del 1819 partì da Nantucket agli ordini del comandante George Pollard. Tempo dopo fece scalo su delle isole a Ovest dalla coste africane e dopo aver preso una tempesta nell’Oceano Atlantico e aver faticosamente doppiato Capo Horn con quella che si considerava allora una pesca quasi insignificante, George Pollard, il comandante della baleniera Essex di Nantucket, decise di spingersi al largo dell’Oceano Pacifico verso rotte poco esplorate.

L’inverno era alle porte e gli 800 barili di grasso di balena nella stiva della baleniera erano considerati troppo pochi.

Il 16 novembre 1820 la vedetta, finalmente, annunciò la vista di alcuni capodogli. Il comandante non aspettava altro: fece calare tre lance che si gettarono subito all’inseguimento del branco di balene entrate, in quel periodo, nella loro stagione degli amori. Un maschio enorme, preso subito di mira dagli uomini della Essex, capovolse una delle lance. Due uomini si salvarono, presi a bordo dalle altre imbarcazioni.

Il 20 novembre, intorno alle 8 del mattino, viene avvistato un nuovo banco di balene e Chase, il primo ufficiale che fa questo racconto e il resto dell’equipaggio si precipitano alla caccia. In quest’occasione Chase arpiona una balena che nel tormentato dimenarsi colpisce la lancia causandone l’apertura di una falla. Dopo attimi concitati, Chase taglia la cima che lega la barca (tramite l’arpione) alla balena; l’acqua comincia a riversarsi nell’imbarcazione, così l’equipaggio cerca di tamponare la falla gettando e pressando delle giacche sul buco.

Mentre Chase e compagni si dirigono verso la Essex, per provvedere alla riparazione dell’imbarcazione, il capitano e il secondo ufficiale con le rispettive imbarcazioni ed equipaggi proseguono nella caccia. Una volta giunti alla baleniera, la lancia viene sollevata e Chase esamina la falla apertasi: stabilito di poterla riparare, l’equipaggio si adopera. Mentre il primo ufficiale è intento ad inchiodare e riparare, si accorge di un grosso capodoglio di circa 85 piedi di lunghezza, col muso rivolto in direzione della baleniera e che si trova a circa 100 metri dalla prua. Dopo due o tre spruzzi, scompare e in meno di due o tre secondi riappare muovendosi in direzione della baleniera alla velocità di circa 3 nodi.

Al principio, l’atteggiamento del capodoglio non desta nessun sospetto o allarme nel primo ufficiale. Tuttavia, proprio quando Chase dà ordine di muoversi cercando di evitare la grossa balena, questa parte, letteralmente, a caricare la nave colpendola col muso appena prima della prua. La nave si muove improvvisamente e violentemente come avesse urtato delle rocce. La balena continua poi a muoversi nei pressi della nave grattandone la chiglia. L’urto col cetaceo provoca l’apertura di una falla nella baleniera la cui prua comincia lentamente ad inabissarsi, quindi Chase ordina la messa in funzione delle pompe. La balena tuttavia rivolge un nuovo attacco alla Essex provocandone danni irreparabili; a questo punto l’animale scompare. È lo stesso Chase nei suoi scritti a descrivere l’accaduto come un vero e proprio attacco che il cetaceo avrebbe sferrato verso la nave.

A questo punto l’equipaggio, poi raggiunto dalle due lance rimaste impegnate nelle operazioni di caccia, comincia a racimolare quanto più materiale utile è possibile recuperare dal relitto che lentamente va inabissandosi.

La Essex non colò subito a picco e ciò permise agli uomini dell’equipaggio di recuperare le gallette necessarie a 30 giorni di navigazione e alcune tartarughe che erano a bordo. Rimasero così in venti su tre lance baleniere.

La sopravvivenza di Chase e compagni è messa a dura prova: tempeste, vento sferzante, sole cocente, fame e sete, ecc, sono alcune delle terribili condizioni alle quali si trovano esposti alla deriva nell’oceano.

La mattina del 20 dicembre tuttavia le tre lance incappano in un’isola, che credettero essere l’Isola Ducie (era invece l’Isola Henderson), una piccola isola con risorse limitate, quindi dopo sei giorni viene presa la decisione di rimettersi in viaggio attraverso l’oceano. Tre membri dell’equipaggio, evidentemente provati dagli stenti e dalle condizioni dell’oceano, chiedono tuttavia di poter restare sull’isola. Si tratta di William Wright e Seth Weeks di Bernstable (Massachusetts) e Thomas Chapple di Plymouth (Inghilterra).

I tre saranno soccorsi più di tre mesi dopo, il 9 aprile 1821.

Il 12 gennaio a seguito di una violenta tempesta, la lancia di Chase viene separata dalle altre due. A questo punto Chase e compagni sono stremati nel corpo e nell’anima dell’incredibile sciagura dalla quale sono stati colpiti.

Man mano che i giorni passano (si è ormai sul finire di gennaio), alcuni uomini si spengono e i loro corpi vengono affidati al mare, finché gli stenti diventano tali da suggerire ai restanti uomini di nutrirsi coi resti dell’ultimo compagno defunto.

Chase narra con estremo dolore e raccapriccio di quanto accaduto, descrivendo una situazione al limite dell’immaginabile e umanamente insopportabile.

Solo intorno all’11 di febbraio Chase e compagni superstiti vengono raccolti dalla nave del capitano William Crozier, di Londra.

Chase narra che il capitano Pollard e i sopravvissuti della sua lancia sono stati tratti in salvo dalla baleniera Dauphin comandata dal Capt. Zimri Coffin di Nantucket.

La terza lancia, separatasi da quella del capitano intorno al 28 febbraio, non fu ritrovata.

L’11 giugno Chase torna a Nantucket a bordo della baleniera Eagle, comandata dal Capt. William H. Coffin.

Nel Pacifico, oceano considerato calmo ma letale nelle vaste aree dove è di fatto impossibile ottenere cibo dal mare, le lance andarono alla deriva e gli uomini cominciarono a morire di sete e fame. Una delle lance con a bordo il secondo e 5 marinai scomparve in una notte di tempesta. Senza viveri, i marinai sulle altre lance si spinsero al cannibalismo dei compagni morti, ma presto anche questa fonte di cibo si esaurì. Della terraferma non vi era nessuna traccia, ed erano passati già 78 giorni dal naufragio.

A questo punto i marinai si persuasero che fosse rimasta loro un’unica risorsa: uccidere un compagno, estratto a sorte, e mangiarne il corpo. Tale pratica venne messa in atto pur con grandi rimorsi da parte di tutti, finché finalmente – a 650 km dalle coste del Cile – una nave salvò due sopravvissuti (il primo ufficiale Owen Chase ed un marinaio) e, dopo una settimana, un’altra nave avvistò la seconda lancia con a bordo il comandante Pollard ed un marinaio, i quali erano ridotti allo stremo.

Il rimorso per il cannibalismo e il tragico sorteggio avrebbe segnato il resto della vita degli uomini sopravvissuti. Il comandante, alla ripresa del mare, naufragò nuovamente su un banco di scogli e si ritirò a Nantucket senza più navigare. Il primo ufficiale Owen dopo alcuni anni prese il comando di altre navi e navigò per parecchie campagne di caccia alle balene, ma in vecchiaia fu dichiarato malato di mente. I marinai superstiti non navigarono più.

 

 

 

 

 

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