Accadde oggi, 20 Agosto: 480 a.C.: la Battaglia di Platea: i Greci annientano l’esercito dei Persiani che non attaccheranno più la Grecia – 636, Battaglia di  Yarmuk e i Musulmani dilagano in tutto l’Est! – 1991, Colpo di stato e fine dell’URSS

 

 

 

Platea non è famosa come Salamina, le Termopili o Maratona, invece segna la definitiva sconfitta dello smisurato esercito persiano: tra neppure due secoli, infatti cadrà per mano del greco Alessandro.

E restiamo ancora nello scontro , tra Europa ed Oriente, questa volta con la travolgente conquista musulmana!

E, infine, il colpo di stato, che fu la spinta definitiva per abbattere il moloch sovietico!

 

 

di Daniele Vanni

 

La battaglia di Platea fu lo scontro terrestre decisivo della Seconda Guerra Persiana.

La prima, dal 492, al 490, si era snodata tra Dario il suo esercito gigantesco e l’epopea di Maratona, con Atene praticamente lasciata sola, e i Persiani “sconfitti” ma che avevano pacificato la Ionia, conquistato un gran numero di isole dell’Egeo, la Macedonia e la Tracia.

Non avevano però dimenticato la Grecia vera e propria e così Serse, dieci anni dopo, nel 480 a.C. vi riprovò.

Questa volta Atene e Sparta erano assieme, ma molte altre polis, si apprestarono a dichiararsi neutrali o a passare al nemico!

La battaglia decisiva, venendo i Persiani sempre dal nord, dall’Ellesponto e dalla Tessaglia, venne combattuta nell’agosto 479 a.C. nei pressi della città di Platea, in Beozia, tra un’alleanza di città-stato greche, tra cui Sparta, Atene, Corinto e Megara, e l’impero persiano di Serse I.

L’anno precedente, le truppe persiane, guidate dal Gran Re in persona, avevano collezionato delle vittorie inutili: nelle battaglie delle Termopili, dove in pratica erano stati rallentati da pochi soldati e in mare all’Artemisio, dove prima avevano avute molte navi disfatte da una tempesta e poi in pratica avevano pareggiato lo scontro in mare. Anche qui rallentando e preparandosi allasonora sconfitta di Salamina.

Nonostante tutto, con un numero impressionante di uomini erano riusciti ad occupare la Tessaglia, la Beozia, l’Eubea e parte dell’Attica.

Ma poi, dopo Salamina, Serse si era ritirato con gran parte del suo esercito, lasciando il suo generale Mardonio a svernare in Grecia, per sconfiggere definitivamente i Greci l’anno successivo.

Nell’estate del 479 a.C., i Greci radunarono un enorme esercito e marciarono fuori dal Peloponneso. I Persiani si ritirarono in Beozia e costruirono un accampamento fortificato nei pressi della città di Platea. I Greci evitarono di dare battaglia nel vasto terreno intorno al campo persiano, favorevole alla cavalleria nemica, e ne conseguì una situazione di stallo che durò undici giorni. Durante un tentativo di ritirata dei Greci, dal momento che era stato loro impedito l’accesso ai rifornimenti, la schiera alleata si frammentò, facendo pensare a Mardonio che i suoi nemici fossero in fuga. I Persiani così inseguirono i Greci, ma questi, in particolare gli Spartani, i Tegeati e gli Ateniesi, si fermarono e attaccarono battaglia, volgendo in fuga le truppe leggere nemiche e uccidendo Mardonio.

Gran parte dell’esercito persiano venne intrappolato nel campo e massacrato.La distruzione di questo esercito e dei resti della flotta persiana, avvenuta presumibilmente nello stesso giorno presso Micale, pose fine alla guerra.

Dopo Platea e Micale sarebbe iniziata una nuova fase delle guerre persiane, la riscossa greca.

Anche se la vittoria di Platea fu brillante, fondamentale e decisiva, sia nell’antichità che al giorno d’oggi, non le viene attribuita la stessa importanza delle battaglie di Maratona e delle Termopili o Salamina.

Questo per la retorica degli scrittori ateniesi, che esaltarono quelle vittorie, più o meno simboliche, nelle quali però erano da soli o dove la flotta, naturalmente nella quasi totalità fornita da Atene era stata determinante! Infine esaltarono le Termopili, perché gli eroici, ma pur sempre nemici spatani erano stati annientati!

I Persiani, dopo Platea, non avrebbero più avuto la forza di venire in terra greca.

Neppure un secolo e mezzo dopo questi fatti, saranno invece i Greci, cioè i Macedoni di Alessandro Magno a conquistare l’Impero Persiano e a cancellarlo definitivamente dalla storia.

 

Famoso era il Tripode di Platea, legato alla vittoriosa battaglia, realizzato con la decima parte del bottino sottratto allo sconfitto esercito persiano.

Consisteva in un bacile d’oro, sostenuto da un serpente bronzeo a tre teste (o tre serpenti intrecciati), sulle cui spire era incisa una lista delle poleis che avevano avuto parte nella guerra contro i Persiani.

Il bacile d’oro fu trafugato dai Focidesi durante la Guerra Sacra, mentre il supporto tripodale fu rimosso dall’imperatore Costantino e traslato a Costantinopoli, dove, quantunque danneggiato e privo delle teste dei serpenti, una delle quali si trova nel museo archeologico di Istanbul, è ancora visibile nell’Atmeidan, l’Ippodromo di Costantinopoli. L’iscrizione, tuttavia, è stata recuperata quasi nella sua interezza.

 

 

Base del Tripode votivo per la Battaglia di Platea, a Delfi

 

Snake_column_Hippodrome_Constantinople

 

Head_serpent_Hippodrome_Istanbul_Museum

 

 

 

La dissoluzione dell’Unione Sovieticafu il processo di disgregazione che coinvolse il sistema politico, economico e la struttura sociale sovietica, compreso tra il 19 gennaio 1990 e il 26 dicembre 1991, portando alla scomparsa dell’Unione Sovietica, all’indipendenza delle repubbliche sovietiche e alla restaurazione dell’indipendenza negli Stati baltici, avvenuta il 26 dicembre dello stesso anno, dando così nascita ai cosiddetti Stati post-sovietici.

 

Con l’elezione di Michail Gorbačëv nel 1985, quale segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) era iniziata una nuova fase nella storia dell’U.R.S.S. Infatti Gorbačëv fu sostenitore di una innovativa politica per l’Unione Sovietica fondata sui concetti chiave di perestrojka(ristrutturazione del sistema economico nazionale) e alla glasnost’(trasparenza) volta al superamento dei problemi socio-economici della superpotenza sovietica.

Questa politica di riforme, se da un lato portò alla fine della Guerra fredda e alla fine dell’isolamento internazionale dell’U.R.S.S., dall’altro lato portò all’emersione dei problemi economici dello Stato che fino ad allora erano stati caparbiamente nascosti.

 

La fine della rigida politica di repressione interna, la recessione economica e l’ammissione della fragilità del sistema politico fecero emergere ben presto i contrasti, gli odi razziali e le spinte indipendentistiche dei numerosi popoli che erano stanziati nello sterminato territorio dello stato sovietico e che fino a quel momento erano state tenute sotto controllo dall’apparato centrale. La grave situazione economica e i crescenti disordini nelle varie Repubbliche sovietiche portarono alle prime elezioni multipartitiche nella storia dell’U.R.S.S.

 

Nel 1986 iniziò il disgelo, ma contemporaneamente gli stati baltici cominciarono a premere per il ripristino dell’indipendenza, persa nel 1940.

Nel 1990, il PCUS perse le prime elezioni libere in Lituania, Moldavia, Estonia, Lettonia, Armenia, Georgia, mentre si accettava che anche nelle altre repubbliche sovietiche non si avesse più il partito unico.

 

Il 17 marzo 1991, in un referendum, il 76,4% di tutti gli elettori votarono per il mantenimento dell’Unione Sovietica in una forma riformata. I Paesi Baltici, Armenia, Georgia e Moldavia boicottarono il referendum. In ciascuna delle altre nove repubbliche, la maggioranza dei votanti sostenne un’Unione Sovietica riformata.

 

Il 12 giugno 1991, El’cinvinse con il 57% dei voti le elezioni presidenziali per il posto di presidente della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, superando tra gli altri il candidato di Gorbačëv, Nikolaj Ryžkov.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Battaglia dello Yarmūk, in verità una serie di scontri durati più di un mese, e che poi ebbero anche un secondo tempo, fanno parte della conquista musulmana della Siria, iniziata con una penetrazione dalla penisola arabica e la Palestina.

E la pressochè assoluta ignoranza di questi fatti, è inversamente proporzionale alla loro importanza, essendo questa una battaglia che ha veramente deciso l’esito della storia, decretando, da una parte, il ridimensionamento enorme dell’impero bizantino che poi crollerà nel 1453 proprio sotto i colpi dei musulmani, allora interpretati dagli Ottomani, nonché , dall’altra, cioè verso Est, la decisa espansione degli eserciti musulamani verso l’Iran, l’India, la via della seta e, di là, nel futuro, fino al Pacifico!

 

 

Data:20 agosto 636

Luogo: Fiume Yarmuk

Esito:Vittoria musulmana

Modifiche territoriali:    perdita di Siria e Palestina da parte dei bizantini

 

Schieramenti:

 

Califfato dei Rashidun

Impero Bizantino

 

Comandanti:

 

Khālid b. al-Walīd

 

Eraclio I

 

Effettivi

15.000–40.000

 

Perdite

4.000 uccisi

 

La battaglia dello Yarmūk comprende una serie di scontri tra il Califfato dei Rashidun e l’Impero Bizantino durati oltre sei giorni nell’agosto del 636, vicino al fiume Yarmūk, lungo quello che oggi è il confine tra Siria e Giordania, a sud-est del Mare di Galilea.

 

La battaglia si rivelò una delle battaglie più decisive della storia e segnò la prima grande ondata di espansione islamica dopo la morte di Maometto, sancendo così la rapida avanzata dell’Islam nelle province della Siria e della Palestina.

 

La gola del fiume Yarmūk (un affluente di sinistra del fiume Giordano) è una località che si trova in Siria meridionale, presso le alture del Golan. Qui fu combattuta una serie di dure battaglie tra l’esercito bizantino e quello degli Arabi musulmani, guidati da Khālid b. al-Walīd, tra cui la battaglia di Thaniyyat al-ʿUqāb. Questi ultimi rivolsero massicciamente tutta la loro potenza militare contro gli “infedeli” bizantini che, si dice, fossero guidati dallo stesso basileus Eraclio I.

 

Si erano già avute alcune scaramucce e incursioni effettuate dagli Arabi un paio di anni prima, tutte terminate con la distruzione di accampamenti bizantini e la conquista delle città dove erano stanziati, nella regione della Transgiordania.

L’imperatore bizantino Eraclio I era appena uscito da una sanguinosa guerra contro i Persiani, dei quali aveva avuto ragione a caro prezzo. Tuttavia decise di reagire contro gli attacchi arabi che minacciavano i confini del suo impero. La felice scelta del terreno operata da Khālid b. al-Walīd valse già in partenza a impostare l’esito finale della battaglia in senso favorevole agli Arabi musulmani.

 

Più che di battaglia è corretto parlare di “campagna dello Yarmūk”, visto che gli scontri si reiterarono per oltre un mese.

I Bizantini, all’operativo comando di Vahān e di Teodoro Trithurios, erano appoggiati dagli Arabi ghassanidi, anch’essi cristiani, al comando del loro sovrano Jabala ibn al-Ayham.

Il totale dei combattenti cristiani era di 15.000-20.000 uomini (ma con gravi problemi di logistica), mentre quello dei musulmani era assai minore, in grado però di sostentarsi senza problemi di demoralizzazione fino ai ripetuti scontri che si produssero lungo l’arco del mese di luglio-agosto. In quel periodo dell’anno il calore era infatti assai sensibile per le truppe bizantine, non perfettamente adattate al clima e abbastanza pesantemente armate (almeno rispetto a quelle arabo-musulmane), e all’interno delle cui fila non mancavano tra l’altro frizioni fra Arabi, Greci e Armeni.

 

Le fonti bizantine parlarono di tradimento da parte di Vahān, accusando anche di mancato aiuto il funzionario del tesoro di Damasco, Manṣūr, figlio di Sergius. La realtà è che la superiore mobilità araba, la capacità di affrontare la dura vita di bivacco e l’alto morale generato dalla loro nuova fede ebbe la meglio sulle tattiche abbastanza statiche bizantine, i loro problemi di approvvigionamento e la demoralizzazione causata dal mancato regolare pagamento ai soldati, anche senza contare le superiori capacità tattiche e strategiche della “Spada di Dio“: un condottiero che non perse mai alcuna battaglia cui partecipò, infliggendo tra l’altro (quando era ancora pagano) la tremenda sconfitta di Uḥud al profeta Muḥammad e ai suoi seguaci.

 

La maggioranza dei primi resoconti islamici della battaglia stimano la grandezza delle armate musulmane tra le 24.000 e le 40.000 unità e la grandezza delle armate bizantine tra le 100.000 e le 400.000 unità. Stime moderne delle dimensioni dei due eserciti variano: le stime per l’esercito bizantino sono tra 80.000 e 150.000 guerrieri, con alcune stime al ribasso come 50.000 e 15.000–20.000.[39] Stime per l’esercito dei Rāshidūn variano tra i 25.000 e i 40.000 combattenti. Queste stime sono state fatte studiando le capacità logistiche dei combattenti, la sostenibilità delle loro rispettive basi di operazioni, e le limitazioni complessive dei soldati a disposizione, tanto per i Bizantini quanto per gli Arabi. La maggior parte degli studiosi, tuttavia, concorda che l’esercito bizantino e i suoi alleati fosse numericamente superiore rispetto alle truppe musulmane.

 

La cavalleria bizantina era armata con una spada lunga nota come spathion. Avrebbero anche avuto una lancia lunga di legno, nota come kontarion e un arco (toxarion) con quaranta frecce in ogni faretra, appesa alla sella o alla cintura. La fanteria pesante, nota come skoutatoi, aveva una spada e una lancia corta. Le truppe bizantine armate alla leggera e gli arcieri portavano con sé un piccolo scudo, un arco e una faretra di frecce. La cavalleria corazzata era armata di usbergo e elmetto. La fanteria era similarmente equipaggiata con usbergo, elmetto e armatura di legno. Erano utilizzate anche armature lamellari e squamate.

Immediatamente dopo la fine della battaglia, Khālid e la sua guardia mobile si mosse a nord per inseguire i soldati bizantini in ritirata; li trovò nei pressi di Damasco e attaccò. Nel conseguente combattimento il comandante dell’esercito imperiale, il principe armeno Vahān che era sfuggito al fato di molti dei suoi soldati nello scontro dello Yarmūk, fu ucciso. Khālid entrò quindi a Damasco dove si narra che fu ben accolto dalla popolazione locale, riconquistandola.

 

Quando la notizia del disastro raggiunse l’Imperatore bizantino Eraclio ad Antiochia, era furioso: condannò le azioni malvagie compiute da lui stesso in passato, tra cui il matrimonio incestuoso con sua nipote Martina. Avrebbe provato a riconquistare la provincia se avesse avuto ancora delle risorse, ma ora non aveva più né gli uomini né il denaro per difendere la provincia. Si ritirò quindi nella cattedrale di Antiochia, dove si incontrò con i suoi consiglieri per decidere i successivi passi. Accettò il fatto che la sconfitta era avvenuta per decisione divina, a causa dei peccati della gente del luogo lui compreso. Eraclio lasciò quindi la Siria la notte stessa, e si narra che nel momento della partenza avesse dato un ultimo addio alla Siria, dicendo:

 

Addio, un lungo addio alla Siria, mia giusta provincia. Sei ora in mano agli infedeli (al nemico). Che la Pace sia con te, O Siria – Che terra magnifica sarai per il nemico.

 

Eraclio abbandonò la Siria portando con sé la santa reliquia della Vera Croce che venne, insieme ad altre reliquie custodite a Gerusalemme, segretamente trasportata per nave da Gerusalemme, per proteggerla dagli invasori arabi.

Si narra che ora l’Imperatore avesse paura dell’acqua e un ponte galleggiante fu costruito per permettere ad Eraclio di attraversare il Bosforo per giungere a Costantinopoli.

Dopo aver abbandonato la Siria, l’Imperatore cominciò a concentrare le forze rimanenti a sua disposizione per organizzare la difesa dell’Anatolia e dell’Egitto.

L’Armenia bizantina cadde in mano musulmana nel 638–39 dopo che Eraclio creò una zona cuscinetto nell’Anatolia centrale, ordinando che tutte le fortezze a est di Tarso fossero evacuate.

Nel 639–642 i musulmani invasero e conquistarono l’Egitto bizantino, condotti dallo stesso ʿAmr b. al-ʿĀṣ che aveva comandato lo schieramento destro dell’esercito califfale dei Rāshidū sullo Yarmuk.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Colpo di stato in URSS, ad agosto del 1991

 

Di fronte al crescente desiderio di autonomia, Gorbačëv tentò di trasformare l’Unione Sovietica in uno stato meno centralizzato.

Il 28 giugno era stato dichiarato sciolto il Comecon ed il 1º luglio il Patto di Varsavia, sciogliendo così i vincoli dei paesi esteri fino allora satelliti.

Il 20 agosto 1991 la Russia era pronta a firmare il Nuovo Trattato d’Unione, che contemplava la trasformazione dell’Unione Sovietica in una federazione di repubbliche indipendenti con un comune presidente.

Il 19 agosto 1991 il vice di Gorbačëv, Gennadij Janaev, il primo ministro Valentin Pavlov, il ministro della Difesa Dmitrij Jazov, il ministro dell’Interno Boris Pugo, il capo del KGB Vladimir Krjučkov, e altri funzionari si unirono per impedire la firma del Nuovo Trattato d’Unione formando il “Comitato generale sullo stato di emergenza”.

 

Nonostante gli organizzatori del colpo di statoavessero previsto un certo sostegno popolare per le loro azioni, la popolazione nelle grandi città e nelle altre repubbliche risultò essere in gran parte contro di loro. Tale contrasto si manifestò con una campagna civile di resistenza, che ebbe luogo soprattutto a Mosca.

Il presidente Boris El’cin si affrettò a condannare il colpo di Stato. Migliaia di persone a Mosca uscirono in strada per difendere il Parlamento russo. Gli organizzatori tentarono di far arrestare El’cin, ma non ebbero successo. Dopo tre giorni, il 21 agosto, il colpo di Stato collassò su se stesso, gli organizzatori furono arrestati e Gorbačëv ridivenne presidente dell’Unione Sovietica. Tuttavia la posizione di Gorbačëv era ormai compromessa, in quanto né l’Unione né le strutture di potere ascoltavano più i suoi comandi.

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