Accadde Oggi, 18 Ottobre: 1081, a Durazzo, di fronte Normanni e Bizantini

La battaglia di Durazzo ebbe luogo il 18 ottobre 1081 e vide contrapposti da una parte l’Impero bizantino, guidato da Alessio I, dall’altra i Normanni di Roberto il Guiscardo.

 

di Daniele Vanni

 Nel maggio del 1081, Roberto il Guiscardo o meglio: Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo (l’Astuto), in latino Robertus Guiscardus o Viscardus (Hauteville-la-Guichard, 1015 circa – Cefalonia, 17 luglio 1085) si stabilì in Albania per pianificare la conquista dei Balcani a danno dell’Impero. Già all’epoca era chiaro l’intento del Guiscardo di impossessarsi del trono di Bisanzio, rivendicato da Costantino Ducas, figlio del deposto Michele VII e genero di Roberto in quanto marito della figlia Olimpia. Ma Niceforo III, che aveva deposto Michele nel 1078, fu a sua volta spodestato e all’arrivo di Roberto nei Balcani, sul trono di Costantinopoli sedeva Alessio I. Per dar forza alle proprie rivendicazioni, il Guiscardo pensò di spacciare Costantino per l’imperatore deposto, anziché per il suo erede.

 

Sesto figlio di Tancredi(conte di Hauteville-la-Guichard) e primo della sua seconda moglie Fresenda (o Fressenda) (figlia di Riccardo I di Normandia, detto Riccardo Senza Paura), divenne Conte di Puglia e Calabria alla morte del fratello Umfredo (1057). In seguito (1059), fu investito da papa Niccolò II del titolo di Duca di Puglia e Calabria e Signore di Sicilia.

Roberto il Guiscardo giunse nel 1047 nell’Italia meridionale, (si dice con pochissimi soldati di ventura) dove già i suoi fratellastri (Guglielmo, Drogone e Umfredo) si erano distinti come abili mercenari dei signori longobardi in contrasto con l’impero di Bisanzio, ottenendo la Contea di Puglia.

Ottenuta terra dai suoi fratelli o strappatala in conflitti fra potenti signori niormanni, fondò il primo castello normanno in Sicilia.

Poi si scontrò nella Battaglia di Civitate, sconfiggendo pesantemente il Papa, che aveva aizzato i Longobardi, gli Italiani e i Suebi per scacciare i predoni Normanni dall’Italia.

Il Papa prima imprigionato, ottenne poi in regalo dai Normanni una cavalla bianca ed il dominio su Benevento e presto si accodò all’unione (siglata da matrimoni di alto livello) tra Normanni e Longobardi, che adesso la “Santa Sede” vedeva come unico vero alleato con l’Imperatore per la Lotta delle Investiture. Addirittura convocando un concilio a Melfi, dove il francese Papa Niccolò II, elevava Roberto, da conte a duca di buona parte del Mezzogiorno e signore della Sicilia, che però non ancora sottratta al dominio arabo. La formula fu: per Grazia di Dio e di San Pietro duca di Puglia e Calabria e, se ancora mi assisteranno, futuro Signore della Sicilia. Egli accettò anche di versare un tributo annuo alla Santa Sede, in modo da mantenere titoli e terre e garantirsi la piena legittimità sulle future conquiste.

 

Nei vent’anni successivi combattè di continuo per espandersi nel Sud d’Italia (Bari, Salerno, Marca Fermana, Abruzzi, Amalfi, Benevento) e anche per difendersi dai Bizantini, fino alla conquista totale della Sicilia, dove l’ultima città musulmana a capitolare fu Noto, nel 1091.

L’ultima grande impresa di Roberto il Guiscardo fu la campagna contro l’Impero bizantino,

L’assedio di Durazzo

Nel giugno di quell’anno il Guiscardo marciò verso nord e cinse d’assedio Durazzo, capitale della regione, i cui abitanti non furono per nulla impressionati dall’arrivo del falso Michele. La città, infatti, adagiata su una penisola protesa verso l’Adriatico, era ben preparata sia agli attacchi da terra che da mare. I Veneziani inviarono una flotta in aiuto di Alessio e bloccarono le navi del Guiscardo all’interno del porto, costringendo il Normanno ad inviare il figlio Boemondo a trattare con loro. Quando essi si rifiutarono di riconoscere il falso Michele e insultarono Boemondo, Roberto passò all’attacco. Le sue navi furono distrutte nel corso di una breve battaglia navale, mentre la guarnigione di Durazzo, guidata da Giorgio Paleologo, sconfisse i Normanni fuori dalla città e distrusse le loro torri d’assedio.

A questa prima sconfitta seguì in breve un’epidemia che colpì le truppe normanne. Secondo Anna Comnena, storica bizantina figlia di Alessio, la pestilenza uccise più di diecimila uomini.

 

Nonostante l’infelice esordio, il Guiscardo continuo l’assedio, mentre Alessio lasciava Costantinopoli e gli andava incontro con le sue armate. Sempre secondo le cronache di Anna, Roberto aveva ai suoi ordini circa trentamila uomini, mentre Alessio disponeva di un esercito di circa ventimila soldati, molto composito per origini e formazione: tagmata della Tracia e della Macedonia, unità d’élite excubita e vestiaritae, una schiera di cosiddetti manichei (eretici bogomili organizzati in unità militari), cavalleria tessalica, mercenari franchi e turchi (questi ultimi comandati dal generale eunuco Taticius), coscritti balcanici, fanteria armena, alcuni Variaghi e altre truppe leggere. Mentre Alessio marciava verso l’Adriatico, il Paleologo annientava altre macchine da guerra del Guiscardo.

La battaglia

L’intenzione dell’imperatore era quella di attaccare i Normanni già al suo arrivo, in ottobre, contrariamente ai consigli del Paleologo e di altri ufficiali. Grazie all’aiuto delle sue spie, il Guiscardo seppe tempestivamente della venuta di Alessio e spostò il suo esercito fuori dalla città, per prepararsi alla battaglia. Nel frattempo cercò anche di negoziare col suo rivale, secondo una tattica utile a mettere in stallo la situazione e guadagnare tempo: egli infatti avanzò all’imperatore condizioni evidentemente inaccettabili, anche se Anna non fornisce dettagli al riguardo.

 

Roberto divise il proprio esercito in tre tronconi, ponendo se stesso al comando del centro, il figlio Boemondo a sinistra e Amico di Giovinazzo a destra. Anche Alessio fece lo stesso, comandando personalmente il centro (dov’erano posizionati i Variaghi) e ponendo Gregorio Pacuriano a sinistra e Niceforo Melisseno a destra.

Il 18 ottobre, mentre l’imperatore marciava in testa all’esercito, un contingente di arcieri fu posizionato dietro le linee dei Variaghi, che di tanto in tanto si spostavano in modo da permettere alle frecce di colpire i Normanni, per poi richiudersi a difesa degli arcieri. Il Guiscardo tentò di rimuovere i Variaghi dalla loro posizione con una carica di cavalleria, che fu però respinta dagli arcieri. Il conte Amico caricò congiuntamente le ali di centro e di sinistra, ma i Vairaghi tennero le loro posizioni e Pacuriano riuscì a rompere l’attacco facendo fallire l’offensiva. Le truppe di Amico, prese dal panico, fuggirono verso il mare, inseguite dai Variaghi.

Fu a questo punto che comparve sul campo di battaglia Sichelgaita, terribile principessa guerriera sposa del Guiscardo, descritta da Anna come “una seconda Atena”. Sichelgaita raggiunse e tenne sotto scacco le file dei Variaghi, che presi dalla foga della battaglia avevano dimenticato una delle regole fondamentali della strategia militare bizantina: mai inseguire le truppe in fuga, poiché gli inseguitori, tagliati fuori dal resto dell’esercito, risultano vulnerabili ad un attacco separato. Ed è infatti quello che accadde: il Guiscardo inviò contro di loro i suoi fanti, che approfittando della stanchezza dei nemici, fiaccati dall’inseguimento dei fuggiaschi, inflissero loro pesanti perdite. I superstiti trovarono riparo in una chiesa, che fu data alle fiamme dai Normanni. Nel rogo morirono tutti.

Sebbene entrambi gli schieramenti avessero perso un intero fianco, il Guiscardo poteva contare ancora sulla propria cavalleria pesante, rimasta fuori dal campo come riserva. I cavalieri, lanciati contro Alessio e il centro del suo esercito, seminarono un terrore tale, da indurre i mercenari turchi e bogomili alla diserzione. Lo stesso imperatore, sprovvisto di forze sufficienti, si diede alla fuga, inseguito prima da Amico, che riuscì a sconfiggere, poi dalle lance normanne. Anna Comnena racconta che solo l’intervento divino poté salvargli la vita – scusandosi in seguito coi lettori per aver dedicato così tanto spazio alle sofferenze del padre!

Alessio perse in battaglia circa cinquemila uomini, compreso Costantino, figlio dell’imperatore Costantino X, mentre i Normanni occuparono il suo campo e depredarono le sue ricchezze. Le perdite subite dall’esercito del Guiscardo ci sono ignote: all’epoca, essi si vantarono di aver perso solo trenta uomini, il che è ovviamente impossibile.

La battaglia di Durazzo costituì una pesante sconfitta per Alessio.

Già con la battaglia di Manzikert del 1071 l’Impero aveva perso quella parte dell’Anatolia che rappresentava il cuore del dominio bizantino e ora anche i Balcani erano prossimi a cadere in mano straniera.

Il Guiscardo conquistò Durazzo e nel giro di pochi mesi sottomise buona parte della Grecia settentrionale. Alessio prese accordi con l’imperatore Enrico IV al fine di attaccare i Normanni in Italia, ma mentre il Guiscardo rientrava in patria per scongiurare diplomaticamente questa evenienza, Alessio subì da Boemondo altre due sconfitte.

Riuscirà ad espellere i Normanni dai Balcani solo nel 1083.

La spedizione era partita nel maggio del 1081, con Roberto che era salpato da Brindisi con un esercito di 16.000 uomini e in ottobre aveva inflitto una dura sconfitta all’imperatore bizantino Alessio nella battaglia di Durazzo, impadronendosi di Corfù.

Ma il precipitare delle vicende italiane lo costrinse a sospendere temporaneamente la campagna: nel giugno del 1083 il papa Gregorio VII, assediato a Castel Sant’Angelo dalle truppe tedesche di Enrico IV, lo chiamò in proprio soccorso.

 

Il 21 maggio 1084 Roberto entrò a Roma con 36.000 uomini e diede inizio a 3 giorni di devastazioni selvagge e sfrenato saccheggio della città, costringendo l’imperatore germanico alla ritirata. Al termine del saccheggio Roberto scortò il papa fino a Salerno per proteggerlo da un contrattacco imperiale.

Durante la sua assenza dai campi di battaglia in Oriente, suo figlio Boemondo, per qualche tempo signore della Tessaglia, aveva perduto le conquiste fatte in terra greca. Il Guiscardo tornò per recuperare i territori perduti, rioccupò l’isola di Corfù e mise sotto assedio Cefalonia. Ma proprio durante quest’ultima battaglia, colto da una violenta febbre, morì il 17 luglio 1085 all’età di circa 60 anni.

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