Accadde Oggi, 18 Febbraio: 1248, i sogni di Federico II di unificare l’Italia finiscono per le manovre del Papa con la Battaglia di Parma

 

 

di Daniele Vanni

 

 

Una battaglia, quella che ricordiamo oggi, non troppo conosciuta, ma di fondamentale importanza, perchè segna, definitivamente, il sogno di unificare l’Italia.

Era il desiderio di Federico II, il grande Imperatore del Sacro Romano Impero e del Regno di Sicilia, che poteva unificare l’Italia, dando alla nazione un ben diverso destino.

Non andò così per l’ostilità acerrima del Papato, che organizzò molteplici alleanze, pur di sconfiggere questo disegno.

 

Dopo la sconfitta di Parma, gli imperiali saranno ancora sconfitti a Benevento, dove morì il figlio di Federico, Manfredi, facendo cadere il Sud italiano in mano degli Angioini.

Poi a Tagliacozzo, dove fu preso prigioniero e poi decapitato, l’altro figlio Corradino.

Mentre il terzo figlio, Enzo, veniva catturato e tenuto prigioniero a vita dai Bolognesi alleati del Papa.

In tutte le città italiane, prendeva il sopravvento il partito guelfo e si faceva strage di Ghibellini che nel migliore dei casi venivano esiliati.

Non capì bene tutto questo il sommo Dante, che pone tra gli eretici e gli epicurei Federico e in Purgatorio Manfredi.

Ma di lì a poco, questo grandissimo scrittore che non seppe interpretare non solo il destino del mondo o dell’Italia, ma neppure il suo personale, sarà esiliato proprio per le manovre del Papa!

 

 

La Battaglia di Parma fu uno scontro verificatosi tra i Guelfi e l’imperatore Federico II di Svevia, che pose fine all’assedio di Parma, durato dal luglio 1247 al febbraio 1248.

Ma non solo!

Segna l’ultima speranza di unificare l’Italia sotto l’impero: le manovre del Papa che coalizza di volta in volta città contro città, fazioni contro fazioni, casate nobili, contro casate nobili, chiamando in supporto gli eserciti e le nazioni straniere, in una continua girandola di alleanze che saltano e si ricompongono, con omicidi, vendette, causeranno l’estrema debolezza dell’Italia per tanti secoli a venire!

 

L’Imperatore, battuto da una sortita nemica del 18 febbraio che distrusse il suo accampamento chiamato «Victoria», fu costretto a ridimensionare notevolmente il suo sogno di annettere l’intera Italia al Regno di Sicilia.

 

La città di Parma era da tempo favorevole alla causa ghibellina, come dimostra il Palazzo Imperiale dell’Arena, fatto erigere da Federico II di Svevia, ma era ambita anche dai Guelfi, che in lei vedevano una fiorente città situata in una posizione chiave della Via Francigena.

Un punto di svolta si ebbe il 25 giugno 1243 con la nomina a Papa di Innocenzo IV, che nella città aveva numerose amicizie e vi aveva ricoperto cariche importanti nella diocesi. Il nuovo capo della Chiesa cattolica iniziò dunque a pianificare l’entrata di Parma nella sfera d’influenza dello Stato Pontificio, sostituendo il vescovo con Alberto Sanvitale, a lui più fedele, e ordinò ai francescani di convincere la popolazione della validità delle sue azioni. Questa l’azione del Papa genovese, anche se nato alle Cinque Terre, della famiglia dei Fieschi, acerrimi guelfi come i Grimaldi(mentre ghibellini erano gli Spinolae i D’Oria o i Negrone)

I già deboli rapporti tra Federico II e il Papa presero una brutta piega e, a peggiorare ulteriormente la situazione concorse anche un gruppo di Guelfi, tra cui Ugo Sanvitale (fratello del nuovo vescovo di Parma) e Bernardo di Rolando Rossi (cognato del Papa ed ex collaboratore di Federico), che con Giberto da Gente e capeggiati da Gregorio da Montelongo, futuro patriarca di Aquileia, con circa 70 uomini occupò Parma con un colpo di mano.

L’Imperatore venne a sapere della rivolta di Parma mentre si trovava a Pavia. Immediatamente riunì un esercito, marciò verso la città dell’Emilia, scacciò Rolando Rossi e vi mise a capo Tebaldo Franceschi.

 

Innocenzo IV tuttavia proseguì la sua opera d’istigazione all’odio verso Federico, sia in Lombardia che nel Regno di Sicilia, inviando lettere destinate al popolo, al clero e alla nobiltà. Sulla scia di queste dichiarazioni, alcuni nobili, tra cui i Sanseverino e tre Fasanella, ordirono un complotto contro l’Imperatore nel 1244: traditi da uno di loro, molti vennero imprigionati e uccisi, alcuni invece fuggirono cercando la protezione del Papa, che nel frattempo si era ritirato a Lione, più lontana rispetto a Roma dagli eserciti imperiali. Nella nuova città Innocenzo IV indisse nel 1245 il Concilio di Lione I, dove si decise di confermare la scomunica dell’Imperatore, proclamata il 29 settembre 1227 da Papa Gregorio IX.

Essendo ormai chiara l’intercessione papale nel complotto, Federico scrisse a tutti i nobili per informarli della viltà del suo nemico, e si mise in viaggio con il suo esercito verso Lione, nel 1247.

Arrivato a Torino però, apprese che Parma si era ribellata di nuovo. Subito dirottò i suoi uomini in Emilia per assediare la città, chiedendo al tempo stesso rinforzi ad altre signorie a lui amiche. L’esercito imperiale fu anche rinforzato dai soldati del figlio di Federico, Enzo di Sardegna, che smise di assediare Quinzano per aiutare il padre, e da un contingente cremonese inviato da Ezzelino III da Romano, oltre che da soldati pavesi, padovani, veronesi e vicentini.

Il Papa dal canto suo si adoperò per far inviare aiuti da parte delle città a lui fedeli di Milano, Piacenza, Mantova e Ferrara. Gregorio da Montelongo riuscì a raggiungere la città emiliana, dove organizzò le difese assieme al podestà Bernardo di Rolando Rossi e a Giberto da Gente.

Contando gli imperiali di prendere Parma per fame (forse perché carenti di armi da assedio), e convinti i parmigiani di poter resistere grazie agli aiuti papali, l’assedio proseguì per oltre otto mesi, e neanche la decapitazione di numerosi prigionieri spinse gli assediati ad arrendersi. Per rinvigorire il morale dei suoi uomini, Federico ordinò la costruzione di un campo trincerato in località Grola, chiamandolo col nome augurale di Vittoria, all’interno del quale si sarebbero dovute edificare case, palazzi e una chiesa, dichiarando che quella sarebbe diventata la sede del suo regno dopo la caduta di Parma.

L’espediente non riscosse completo successo, ed alcuni nobili si ritirarono nelle città di provenienza, ma il colpo di grazia arrivò il 18 febbraio 1248, data in cui Montelongo aveva previsto di compiere un’azione offensiva per spezzare l’assedio. La sortita ebbe successo, e Vittoria, che ancora era sostanzialmente un accampamento, venne distrutta.Federico II, che in quel momento era a caccia nella valle del Taro, riuscì a rifugiarsi a Borgo san Donnino, da dove poi raggiunse la fedele Cremona.

I Parmensi durante la battaglia fecero 2.000 morti e 3.000 prigionieri, s’impadronirono di alcune macchine d’assedio e dei gioielli della corona e tra i morti di parte ghibellina vi fu anche Taddeo da Sessa..

I sogni dell’Imperatore di conquistare l’Italia settentrionale erano caduti per sempre in rovina.

Dopo la sconfitta di Parma Federico II non riuscì più ad imporsi contro la Lega Lombarda, che anzi recuperò parte dei territori persi.

Il Marchesato del Monferrato continuava ad essergli ostile, così come i genovesi, e persino Ezzelino III, pur rimanendo fedele alla causa ghibellina, scacciò il governatore imperiale da Monselice.

Anche l’Emilia-Romagna passò interamente in mano guelfa, e in Toscana scoppiarono alcuni moti di ribellione.

Pochi mesi dopo, in maggio del 1249, Re Enzo, figlio di Federico II, detto Stupor Mundi, per la sua cultura, magnificenza, disegni politici, che dal suo dominio di Sardegna, con la flotta pisana e siciliana aveva preso prigionieri vescovi e cardinali all’Isola del Giglio, per partecipare ad un concilio e deporre l’imperatore, risalita la penisola e conquistata Ancona e poi la Romagna, a Fossalta, a fianco dei modenesi che non si rialzeranno più rispetto a Bologna, verrà fatto prigioniero e morirà, proprio a Bologna dove sarà per sempre prigioniero nel castello che porta il suo nome!

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