Accadde oggi, 18 Dicembre 1865: il XIII° emendamento della Costituzione degli Stati Uniti abolisce la schiavitù

 

Sembra incredibile, ma nella storia dell’uomo, l’abolizione per legge della schiavitù risale a pochissimo tempo fa, e non bisogna illudersi, perchè in tante parti del mondo, sopravvive ancora!!!

 

 

di Daniele Vanni

 

 

Il XIII emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America, entrato ufficialmente in vigore il 18 dicembre 1865, dopo la sanguinosissima Guerra di Secessione, abolì ufficialmente e continua a proibire la schiavitù, e, con eccezioni limitate a chi sia stato riconosciuto colpevole di alcuni reati, proibisce i lavori forzati.

Prima della sua ratifica, la schiavitù era rimasta legale solo in Delaware, Kentucky, Missouri, Maryland, e New Jersey; in tutto il resto degli Stati Uniti d’America gli schiavi erano stati liberati grazie all’azione dei governi statali o dal Proclama di emancipazione.

Abraham Lincoln, estensore del proclama, e altri politici statunitensi erano tuttavia preoccupati che il Proclama sarebbe stato visto come una misura temporanea dovuta alla guerra, e quindi, oltre a liberare gli schiavi negli stati in cui la schiavitù era ancora legale, essi sostennero l’emendamento in modo da assicurare l’abolizione permanente della schiavitù.

 

L’emendamento fu proposto dai rappresentanti James Mitchell Ashley (repubblicano, Ohio) e James Falconer Wilson (repubblicano, Iowa) e dal senatore John B. Henderson (democratico, Missouri). Dopo la sua approvazione vennero proposti e approvati altri due emendamenti, noti come emendamenti della Ricostruzione: il XIV per proteggere i diritti civili degli ex schiavi e il XV che garantì il diritto di voto anche ai nuovi cittadini.

 

 

 

L’abolizionismoè un movimento politico, – determinato anche da motivazioni d’ordine economico, legate alla prima rivoluzione industriale, -e un’istanza morale, basata su considerazioni umanitarie, che emergono nella cultura illuministica, e molto tardivamente in quella cristiana!, per l’abolizione del commercio degli schiavi e la soppressione della schiavitù che nasce e si sviluppa in Europa e in America tra la fine del XVIII e il XIX secolo.

 

Il termine viene genericamente usato anche in riferimento a quelle correnti di pensiero o movimenti politici e sociali, che si battono per l’abolizione di leggi, costumi o consuetudini ritenute non più adeguate ai tempi e ingiuste. In particolare, si parla di abolizionismo anche nel caso del movimento che negli anni trenta negli Stati Uniti sosteneva la necessità di porre fine a quelle leggi che proibivano l’uso di bevande alcoliche (proibizionismo).

 

 

Il mercato degli schiavi (Gustave Boulanger).

 

Nel mondo antico, che definiva giuridicamente lo schiavo neppure un animale! ma un “istrumentum vocale”, un utensile provvisto di voce, la volontà di trattare umanamente gli schiavi o addirittura di abolire la schiavitù era presente solo in voci isolate di filosofi come Seneca, che riteneva essere la schiavitù una istituzione priva di ogni base giuridica, naturale e razionale. Per questo, diceva, gli schiavi vanno trattati come tutti gli altri esseri umani («servi sunt, immo homines» sono servi anzi uomini) e così per le differenze sociali: “Che significa cavaliere, liberto, schiavo. Sono parole nate dall’ingiustizia.” (Epistole, 31). Ma in fondo, aggiungeva, la vera schiavitù è quella che assoggetta gli uomini alle passioni e ai vizi. Tutti noi siamo schiavi spiritualmente e solo la filosofia può liberarci. Quindi vi è nel mondo un’ingiustizia di fondo verso cui è inutile ribellarsi.

 

Il supremo valore dell’uguaglianza di tutti gli uomini per cui lo schiavo è pari al suo padrone, venne proclamato, a parole, in verità altrettanto rivoluzionarie, quanto disattese, dal Cristianesimo, ma nella pratica il principio religioso venne a scontrarsi con le strutture sociali che da secoli codificavano la schiavitù, su cui si basava l’intero sistema economico, e dové necessariamente adattarsi al compromesso, per cui gli schiavi rimasero tali di fatto e di diritto.

 

Del resto, – si giustificava, in qualche modo la Chiesa, – tutte le storture della società erano la conseguenza del peccato originale… Scriveva l’abate Smaragdo di Saint-Mihiel, sotto Ludovico il Pio: «Non è la natura che ha fatto gli schiavi è la colpa» e allo stesso modo nel VI secolo Isidoro di Siviglia: «La schiavitù è un castigo inflitto all’umanità dal peccato del primo uomo», e « Poiché la vita presente non è che un luogo di passaggio transitorio e cattivo per definizione , poiché il grande problema di quaggiù è di prepararsi alla Vita Eterna, intraprendere una riforma da capo a fondo dell’ordine sociale stabilito nella speranza di portare il trionfo di una felicità di per sé impossibile, non potrebbe essere che un’opera vana; assai di più uno sperpero sacrilego di forze che dovevano essere riservate per un compito più urgente e più alto… »…come dire che restassero pure gli schiavi e non si perdesse tempo a fare rivoluzioni su questa terra, quando era solo un luogo transitorio verso l’al di là!!

 

La Chiesa stessa quindi, diventata un’istituzione, possedeva un gran numero di schiavi e se qualcuno, in aderenza alla parola evangelica, voleva mettere in pratica il principio cristiano dell’eguaglianza in Cristo di tutti gli uomini, questi andava severamente condannato!

Nel concilio di Granges (324) si affermava: «Se qualcuno sotto il pretesto della pietà, spinge lo schiavo a disprezzare il suo padrone, a sottrarsi alla schiavitù, a non servire con buona volontà e rispetto, che egli sia scomunicato».

Un problema particolare si poneva poi alla Chiesa riguardo alla possibilità degli schiavi di essere consacrati al sacerdozio: cosa da tutti ritenuta impossibile, poiché un uomo come lo schiavo, sottoposto secondo la legge al potere assoluto di un padrone, non avrebbe avuto l’indipendenza e la libertà necessaria a chi dispensava i sacramenti!

 

Le tappe dell’abolizione

 

Non a caso l’abolizionismo, come movimento politico, comincia a tradursi in concreti atti di legge a cominciare dal ‘700, contemporaneamente alla diffusione delle idee illuministiche di libertà e uguaglianza di tutti gli uomini.

 

Francia

 

L’abolizione della schiavitù

 

In Francia, la voce “Tratta dei negri” dell’Encyclopédie redatto da Louis de Jaucourt, nel 1776, condanna la schiavitù e il commercio degli schiavi che «viola la religione, la morale, le leggi naturali, e tutti i diritti naturali dell’uomo».

Jacques Pierre Brissot fonda la Società degli amici dei Neri nel 1788; ma, malgrado gli sforzi dei suoi importanti membri, l’abate Henri Grégoire, Condorcet, non riesce ad ottenere l’abolizione dello schiavismo dall’Assemblea costituente.

Solo il 4 febbraio del 1794, la Convenzione nazionale abolisce la schiavitù convalidando e estendendo la decisione unilaterale del commissario civile di San Domingo presa con il decreto d’abolizione della schiavitù, del 29 agosto 1793.

 

In questo modo, la Convenzione si proponeva di conseguire due risultati: sedare la rivolta degli schiavi in San Domingo e contrastare le minacce che venivano dai sostenitori della monarchia e una possibile invasione inglese. E in realtà il decreto abolizionista non fu applicato in tutte le colonie francesi.

Sarà Napoleone Bonaparte a ristabilire con la legge del 30 floreale dell’anno decimo (20 maggio 1802) lo schiavismo nei territori d’oltremare. L’imperatore cedeva alle richieste della famiglia di sua moglie Giuseppina di Beauharnais che discendeva dai primi coloni di San Domingo e alle insistenze dei coloni bianchi che sostenevano di non poter più assicurare la loro sopravvivenza e quella delle loro piantagioni, se non utilizzando una manodopera servile. Sempre in età napoleonica furono proibiti i matrimoni misti.

 

La necessità di dare ai francesi una costituzione di tipo liberale e un clima di pacificazione spinse Napoleone, dopo il ritorno in Francia dall’isola d’Elba, a decretare l’abolizione immediata della schiavitù, che nel 1802 aveva causato una vera guerra d’indipendenza a San Domingo, con protagonista il celebre Toussaint Louverture.

Il decreto abolizionistico napoleonico sarà confermato dal Congresso di Vienna con il Trattato di Parigi del 20 novembre 1815, ma in realtà non fu mai applicato durante l’età della Restaurazione.

Tant’è che ancora nel 1834 nasceva la “Società francese per l’abolizione della schiavitù” presieduta da Victor de Broglie.

Victor Schoelcher, sottosegretario per la Marina e per le colonie, durante il governo provvisorio, seguito in Francia alla Rivoluzione del 1848, fece adottare il decreto del 27 aprile dello stesso anno, sull’abolizione della schiavitù nelle colonie.

 

Inghilterra

 

Fin dal 1772, il giudice britannico Granville Sharp stabilisce il criterio che qualunque schiavo fuggito dalle colonie riesca a calcare il suolo inglese diverrà automaticamente un uomo libero.

Nel 1783 i quaccheri inglesi promuovono la prima associazione per la liberazione degli schiavi(Abolition Society).

Nel 1789 viene fondata la Society for Effecting the Abolition of the Slave Trade (“Società per l’abolizione della tratta”), un movimento abolizionista organizzato voluto, tra gli altri, dal deputato William Wilberforce e dall’attivista Thomas Clarkson, con il sostegno del primo ministro William Pitt.

La Camera dei Comuni nel 1807 delibera il divieto di attracco nelle navi negriere nei porti inglesi e nel 1815 sarà la marina britannica, su mandato del Congresso di Vienna, a fare applicare il divieto internazionale della tratta degli schiavi. Nel 1833 il Parlamento del Regno Unito decreta la liberazione degli schiavi nelle colonie.

 

 

 

Paesi extraeuropei

 

1770: Le società quacchere della Nuova Inghilterra proibiscono ogni pratica schiavistica.

 

1774: il Rhode Island abolisce la schiavitù.

 

1777: la schiavitù è abolita nel Vermont.

 

1789 (4 marzo): la Costituzione degli Stati Uniti entra in vigore e legittima lo schiavismo in un gran numero di stati in particolar modo del Sud. Uno dei suoi articoli permette ai proprietari di schiavi di calcolare il numero dei voti a partire dall’equazione 1 nero= 3/5 di un bianco.

 

1807: Gli Stati Uniti vietano l’importazione di schiavi.

 

1820: la Female Anti-slavery Society statunitense denuncia lo schiavismo come pratica immorale.

 

1822: per iniziativa di filantropi statunitensi viene fondata in Africa una colonia di schiavi liberati chiamata Liberia che nel 1847 diviene uno dei primi stati africani indipendenti.

 

1832: viene fondata la “Società antischiavista statunitense”

 

1845: il governo federale degli Stati Uniti concede al Texas, entrato nella Confederazione di mantenere la sua legislazione schiavista: ne nasce un contrasto con gli Stati abolizionisti.

 

1847 (26 dicembre): l’Impero ottomano abolisce la schiavitù.

 

1852: viene pubblicato il romanzo di Harriet Beecher Stowe La capanna dello zio Tom che vende un milione e mezzo di copie, cifra notevolissima per l’epoca. Le tesi di un moderato abolizionismo condite da un superficiale umanitarismo hanno successo e diffondono l’abolizionismo presso l’opinione pubblica.

 

1854: il Venezuela sotto la presidenza di José Gregorio Monagas, inserisce nella Costituzione l’abolizione definitiva della schiavitù.

 

1859: in Virginia viene impiccato l’abolizionista bianco John Brown, reo di aver incitato alla rivolta gli schiavi neri delle piantagioni. Diverrà il martire dell’ideale abolizionista.

 

1865: ormai conclusa la Guerra di secessione americana il governo USA decreta la fine della schiavitù in tutta la nazione con il XIII emendamento alla Costituzione voluto da Abraham Lincoln (1809–1865), 16º Presidente degli Stati Uniti d’America. Fu il presidente che si adoperò per porre fine alla schiavitù, prima con la Proclamazione dell’Emancipazione (1863), che liberò gli schiavi negli Stati della Confederazione, e poi con la ratifica del Tredicesimo Emendamento della Costituzione statunitense. La posizione di Lincoln riguardo alla liberazione dalla schiavitù degli Afro-Americani è a tutt’oggi oggetto di controversie, nonostante la frequenza e la chiarezza con cui la sostenne sia prima della sua elezione come presidente (vedi Controversie Lincoln-Douglas del 1858) sia dopo (vedi Primo discorso inaugurale di Lincoln). Espose la sua posizione con forza e in brevi parole in una lettera a Horace Greeley del 22 agosto 1862:

 

Abraham Lincoln

 

«Io salverei l’Unione. La salverei nella maniera più rapida al cospetto della Costituzione degli Stati Uniti. Prima potrà essere ripristinata l’autorità nazionale, più simile sarà l’Unione “all’Unione che fu”. Se ci fosse chi non desidera salvare l’Unione a meno di non poter al tempo stesso sconfiggere la schiavitù, io non sarei d’accordo con costoro. Il mio obiettivo supremo in questa battaglia è di salvare l’Unione, e non se porre fine o salvare la schiavitù. Se potessi salvare l’Unione senza liberare nessuno schiavo, io lo farei; e se potessi salvarla liberando tutti gli schiavi, io lo farei; e se potessi salvarla liberando alcuni e lasciandone altri soli, io lo farei anche in questo caso. Quello che faccio riguardo alla schiavitù, e alla razza di colore, lo faccio perché credo che aiuti a salvare l’Unione; e ciò che evito di fare, lo evito perché non credo possa aiutare a salvare l’Unione. Dovrò fermarmi ogni volta che crederò di star facendo qualcosa che rechi danno alla causa, e dovrò impegnarmi di più ogni volta che crederò che fare di più rechi giovamento alla causa. Dovrò provare a correggere gli errori quando dimostreranno d’essere errori; e dovrò adottare nuove vedute non appena mostreranno di essere vedute corrette…Ho sostenuto qui i miei propositi in accordo con il punto di vista dei miei obblighi ufficiali; e non ho intenzione di modificare la mia più volte ribadita volontà personale che tutti gli uomini possano essere liberi »

 

In ogni caso, al momento in cui scrive questa lettera, Lincoln stava già andando verso l’emancipazione, cosa che avrebbe portato alla Proclamazione dell’emancipazione. È inoltre rivelatoria la sua lettera scritta un anno dopo a James Conkling il 26 agosto 1863, che includeva il seguente estratto:

 

« C’è voluto più di un anno e mezzo per sopprimere la ribellione prima che fosse tenuta la proclamazione, gli ultimi cento giorni dei quali passati con l’esplicita coscienza che stava arrivando, senza essere avvertita da quelli in rivolta, ritornando alle loro faccende. La guerra è progredita in modo a noi favorevole dall’annuncio della proclamazione. So, per quanto sia possibile conoscere le opinioni degli altri, che alcuni comandanti delle nostre armate in campo, che ci hanno dato i successi più importanti, credono nella politica dell’emancipazione e l’uso delle truppe di colore costituisce il colpo più pesante finora sferrato alla Ribellione, e che almeno uno di questi importanti successi non sarebbe stato raggiunto se non fosse stato per l’aiuto dei soldati neri. Tra i comandanti che hanno queste opinioni ve ne sono alcuni che non hanno mai avuto alcuna affinità con quello che viene chiamato abolizionismo o con le politiche del partito repubblicano ma le sostengono dalla prospettiva puramente militare. Sottometto queste opinioni come intitolate ad una certa rilevanza contro le obiezioni spesso mosse che emancipare ed armare i neri siano scelte militari poco sagge e non siano state adottate come tali in buona fede. »

 

Il tredicesimo emendamento fu inviato per la ratifica ai 36 stati allora esistenti dal 38° Congresso degli Stati Uniti il 31 gennaio 1865, ed entrò in vigore il 6 dicembre 1865, dopo la ratifica di 27 stati. L’entrata in vigore fu dichiarata il 18 dicembre, 1865. La sua più recente ratifica, tuttavia, avvenne nel 1995 in Mississippi, che è stato l’ultimo dei 36 stati che esistevano all’epoca della proposta a ratificarlo.

 

1888: l’imperatore del Brasile Pietro II abolisce lo schiavismo.

 

1926: la Società delle Nazioni stabilisce la fine della tratta e della schiavitù per tutti i paesi aderenti.

 

1935: l’Italia abolisce la schiavitù in Abissinia.

 

1980: la Mauritania è l’ultimo paese ad avere ufficialmente abolito la schiavitù.

 

 

 

 

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