Accadde Oggi, 17 ottobre: 589, la Rotta della Cucca, un’inondazione tale che cambiò tutta l’idrografia del Basso Veneto, così ricco di fiumi

Fu un’alluvione ed un’inondazione spaventosa, che però fu “aiutata” dal progressivo abbandono della manutenzione del suolo e dell’alveo dei fiumi, torrenti e fossi, dopo la caduta dell’Impero Romano.

Tutti i corsi dei fiumi del Basso Veneto vennero profondamente modificati!

di Daniele Vanni

Le piene non sono una realtà solo attuale! Con una differenza: che quelle antiche, storiche, erano causate da fenomeni atmosferici naturali e non per mutamenti dovuti all’antropizzazione e all’inquinamento causato dalle produzioni e dall’insensato, sfrenato e irrefrenabile consumo umano!

Celebre, fu quella definita: La Rotta della Cucca del 17 ottobre 589, una disastrosa alluvione causata dallo straripamento dell’Adige, nella zona della Veronella, un meandro del fiume, oggi abbandonato, che, secondo la tradizione storiografica veneta, sarebbe stata la causa dello sconvolgimento idrografico che tra il VI e l’VIII secolo modificò sostanzialmente il panorama fluviale di tutto il basso Veneto!

La Cucca che dà il nome alla rotta è l’attuale Veronella, 34 km. da Verona, verso Sud-Est, presso la quale, anticamente passava un meandro dell’Adige, oggi abbandonato.

Oggi si tende a ridimensionare (forse sbagliando) l’importanza di questo singolo evento e si pensa che gli sconquassi avvenuti nel basso Veneto siano da attribuire a un generale peggioramento delle condizioni climatiche avvenuto tra il VI e l’VIII secolo e alla scarsa manutenzione dei fiumi conseguente alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente.

Ma quell’evento, da solo! certo, causò enormi trasformazioni!

Il 17 ottobre 589 vi fu una piena eccezionale dell’Adigeche ne causò lo straripamento e provocò, secondo la cronaca tramandata da Paolo Diacono:

« un diluvio d’acqua […] che si ritiene non ci fosse stato dal tempo di Noè. Furono ridotti in rovina campagne e borghi, ci furono grosse perdite di vite umane e animali. Furono spazzati via i sentieri e distrutte le strade; il livello dell’Adige salì fino a raggiungere le finestre superiori della basilica di San Zeno martire, che si trova fuori le mura della città di Verona […] Anche una parte delle mura della stessa città di Verona fu distrutta dall’inondazione. »

(Historia Langobardorum Liber III, 23)

Per la sua cronaca Paolo Diacono prese spunto anche dal resoconto di papa Gregorio I, riguardante uno dei miracoli attribuiti a San Zeno: nonostante l’incredibile portata della piena, poca acqua entrò nella basilica a lui intitolata, a Verona.

Oggi si ritiene poco plausibile che, per quanto disastroso, un singolo evento come quello narrato da papa Gregorio I e Paolo Diacono possa aver causato lo sconvolgimento improvviso del corso di tutti i fiumi che sfociavano nella laguna di Venezia; piuttosto, un tale sconvolgimento sarebbe il risultato di una serie di eventi, avvenuti nell’arco di più secoli, collegabili sia alla scarsa manutenzione dei fiumi, dovuto al progressivo abbandono delle terre, che erano state bonificate in epoca classica, iniziato durante gli ultimi secoli dell’Impero romano d’Occidente, sia a un generale peggioramento delle condizioni climatiche avvenuto a livello mondiale tra il VI e l’VIII secolo, che portò al parziale scioglimento dei ghiacciai e un aumento delle precipitazioni, con conseguente progressivo e drammatico incremento della portata dei fiumi.

La laguna di Venezia è il frutto dell’opera di una complessa rete fluviale, comprendente i bacini dei fiumi Piave, Sile, Zero, Dese, Marzenego, Brenta, Bacchiglione, Agno, Adige, Tartaro e Po, che creavano un ampio e continuo sistema di foci e lagune, lungo tutto l’arco, compreso tra Comacchio e Grado: l’antica conformazione fluviale mutò però radicalmente a seguito di questi sconvolgimenti.

A partire da nord, così, il Piave, che anticamente sfociava, assieme al Sile, nei pressi dell’antica Heraclia, spostò il proprio corso a sud, sfociando in mare, in corrispondenza di porto di Cavallino: il fenomeno sconvolse la posizione difensiva della città, allora capitale del distretto di Venetikà, che venne a trovarsi ricongiunta alla terraferma ed esposta alle minacce esterne, iniziando così la propria decadenza.

Dal canto suo il Sile,invece, separandosi dal corso del Piave, andò a sfociare nella località ora detta Portegrandi, nei pressi dell’allora esistente porto di Treporti.

I fiumi Dese e Zeropresero invece a confluire nella laguna nei pressi della città di Torcello, raggiungendo poi il mare attraverso l’allora esistente porto di Sant’Erasmo: il forte afflusso di acque dolci mutò la salubrità della zona, favorendo il progressivo sviluppo di aree malariche, che determinarono il declino dei vicini centri urbani.

Più a sud il Brenta e il Bacchiglioneabbandonarono il proprio precedente delta, che condividevano e si estendeva tra il porto di Metamauco e il porto di Chioggia; i corsi dei due fiumi si separarono e il Brenta fu canalizzato e mandato a sfociare in corrispondenza dell’odierna Fusina, parte presso l’abitato di Olivolo e parte attraverso il vecchio porto della città di Metamauco e il vicino porto di Albiola.

Sempre nei pressi della città di Chioggia, presero a confluire le acque del Bacchiglione, il cui percorso si presentava sensibilmente diverso dall’attuale, poiché questo corso d’acqua, dopo aver lambito Vicenza, non doveva entrare in Padova, ma scorreva a sud della città e si univa nella zona di Vallonga (il portus Aedro = mansio Evrone) alle acque del Brenta per uscire infine in Laguna.

In questo contesto di modificazione fluviale, venivano a trovarsi esposti alla forza del mare gli spartiacque interni alla laguna, che probabilmente in precedenza la dividevano negli attuali quattro bacini idrografici. Gli spartiacque (ove in terra emersa) vennero quindi spazzati e sommersi dalle acque, separando i lidi definitivamente dalla terraferma venendo a creare la laguna unita come oggi la conosciamo.

Sempre a seguito di questi sconvolgimenti, si estinse un ramo dell’Adige che passava per Bonavigo, Minerbe, Montagnana, Este, Sant’Elena, Solesino e sfociava nell’antico porto di Brondolo, mentre il letto del corso principale divenne inadeguato a gestire la nuova portata; i Longobardi, in guerra con l’Esarcato di Ravenna, lasciarono il fiume disalveato, come difesa naturale, contro potenziali attacchi e la campagna inondata si tramutò in palude per secoli.

La tradizione indica sempre il 589 come l’anno in cui il corso principale del Po mutò, dal Po di Primaro, al Po di Volano, ma da una lettera di Cassiodoro ai “marinai” veneti si viene a sapere che già nel 537-538 il Po di Volano era il ramo più attivo.

Nei secoli successivi, su iniziativa del marchese Almerico di Mantova e di sua moglie Franca, il corso dell’Adige venne finalmente assestato nell’alveo dell’antico canale Chirola; da allora l’Adige attraversa Legnago, lambisce Villa Bartolomea, Castagnaro, Badia Polesine, Lendinara, Lusia, Rovigo e, dopo aver attraversato Cavarzere, sfocia nel mare Adriatico presso l’odierna Cavanella d’Adige.

Il corso dell’Adige fu ancora modificato, ampliandone il letto, nel XV secolo, accorciandone il corso tra Badia Polesine e Lusia e spostandolo fuori dalla città di Rovigo, ma tale sistemazione divenne definitiva solo nel XIX secolo.

A metà del XX secolo, nell’ambito della sistemazione idraulica del Polesine dopo la disastrosa alluvione del 1951 (proveniente dal fiume Po), furono creati anche i poderosi argini attuali dell’Adige, ancorché tale fiume non fosse esondato.

Il termine Polesine nacque nel X secolo e venne ad indicare l’attuale provincia di Rovigo e parte dell’attuale provincia di Ferrara, in quanto comprendeva il territorio a sud dell’Adige(nel nuovo corso dal X secolo) ed a nord del Po di Volano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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