Accadde Oggi, 17 Febbraio: 1600, Giordano Bruno arso vivo in Campo de’ Fiori dalla Santa Inquisizione

 

di Daniele Vanni

 

Filippo Bruni, noto con il nome di Giordano Bruno(Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600), filosofo, scrittore e frate domenicano, il cui pensiero è forse inquadrabile nel naturalismo rinascimentale, fondeva le più diverse tradizioni filosofiche: il materialismo antico, l’averroismo, le idee sorte per le scoperte di Copernico, lullismo, scotismo, neoplatonismo, ermetismo, mnemotecnica, influssi ebraici e cabalistici…ma tutto pare ruotare attorno a un’unica idea centrale: l’infinito, inteso come l’universo infinito, effetto di un Dio infinito, fatto d’infiniti mondi, da amare infinitamente:

« Io dico Dio tutto Infinito, perché da sé esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno e infinito; e dico Dio totalmente infinito, perché lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente: al contrario dell’infinità de l’universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all’infinito, possono esse chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello »

(Giordano Bruno, De infinito, universo e mondi)

Per queste argomentazioni e per le sue convinzioni sulla Sacra Scrittura, sulla Trinità e sul Cristianesimo, Giordano Bruno, già scomunicato, fu incarcerato, giudicato eretico e quindi condannato al rogo dall’Inquisizione della Chiesa cattolica.Fu arso vivo a piazza Campo de’ Fiori il 17 febbraio 1600, durante il pontificato di Clemente VIII.

Ma la sua filosofia sopravvisse alla sua morte, portò all’abbattimento delle barriere tolemaiche, rivelò un Universo molteplice e non centralizzato e aprì la strada alla Rivoluzione scientifica: per il suo pensiero Bruno è quindi ritenuto un precursore di alcune idee della cosmologia moderna, come il multiverso; per la sua morte, è considerato un martire del libero pensiero.

Non esistono molti documenti sulla gioventù di Bruno. È lo stesso filosofo, negli interrogatori cui fu sottoposto durante il processo che segnò gli ultimi anni della sua vita, a dare le informazioni sui suoi primi anni. «Io ho nome Giordano della famiglia di Bruni, della città de Nola vicina a Napoli dodeci miglia, nato ed allevato in quella città», e più precisamente nella contrada di San Giovanni del Cesco, ai piedi del monte Cicala, forse unico figlio del militare, l’alfiere Giovanni, e di Fraulissa Savolina, nell’anno 1548.

Imparò a leggere e a scrivere da un prete nolano, Giandomenico de Iannello e fece gli studi di grammatica nella scuola di un tale Bartolo di Aloia.

Proseguì gli studi superiori, dal 1562 al 1565, nell’Università di Napoli, che era allora nel cortile del convento di San Domenico, per apprendere lettere, logica e dialettica da «uno che si chiamava il Sarnese» e lezioni private di logica da un agostiniano, fra Teofilo da Vairano.

A «14 anni, o 15 incirca», rinuncia al nome di Filippo come imposto dalla regola domenicana, assume il nome di Giordano, in onore del Beato Giordano di Sassonia, successore di San Domenico, o forse del frate Giordano Crispo, suo insegnante di metafisica, e prende quindi l’abito di frate domenicano.

Ma già nel 1576 la sua indipendenza di pensiero e la sua insofferenza verso l’osservanza dei dogmi si manifestò inequivocabilmente: Bruno, discutendo di arianesimo con un frate domenicano, Agostino da Montalcino, ospite nel convento napoletano, sostenne che le opinioni di Ario erano meno perniciose di quel che si riteneva, palesando i suoi dubbi sulla Trinità, ammettendo di aver «dubitato circa il nome di persona del Figliolo e del Spirito Santo, non intendendo queste due persone distinte dal Padre» ma considerando, neoplatonicamente, il Figlio l’intelletto e lo Spirito, pitagoricamente, l’amore del Padre o l’anima del mondo, non dunque persone o sostanze distinte, ma manifestazioni divine.

Accusato di omicidio e blasfemia deve fuggire da Napoli, con peregrinazioni nel nord Italia, poi in Savoia, Ginevra, dove viene processato e scomunicato.

Poi è a Parigi che Bruno dà alle stampe le sue prime opere pervenuteci.Oltre al De compendiosa architectura et complemento artis Lullii, vedono la luce “Le ombre delle idee” e “L’arte della memoria“, “Il canto di Circe” e dalla celebre e salace commedia in volgare intitolata Candelaio.

Poi va in Inghilterra dove tiene conferenze ad Oxford e qui pubblica ilSigillus sigillorum, opera considerata di argomento mnemotecnico, il Sigillus, in lingua latina, ma che è una trattazione teorica nella quale il filosofo introduce tematiche decisive nel suo pensiero, quali l’unità dei processi cognitivi; l’amore come legame universale; l’unicità e infinità di una forma universale che si esplica nelle infinite figure della materia, e il “furore” nel senso di slancio verso il divino, argomenti che saranno di lì a poco sviluppati a fondo nei successivi dialoghi italiani. È presentato inoltre in quest’opera fondamentale un altro dei temi nucleari del pensiero di Bruno: la magia come guida e strumento di conoscenza e azione, argomento che egli amplierà nelle cosiddette opere magiche.

E poi ancora con furore creativo scrive: La cena de le ceneri, De la causa, principio et uno, De l’infinito, universo e mondi, Spaccio de la bestia trionfante, Cabala del cavallo pegaseo con l’aggiuna dell’Asino cillenico, De gli eroici furori.

 Richiamato in Francia, vi pubblica tutta una serie di libri filosofici di critica acuta. Altri non pervenutici, li distrugge perché sa che la critica, lo porterebbe  a morte!

Poi dalla Sorbona, vola verso l’università di Wittemberg in Germania: ed anche qui insegna e pubblica testi filosofici.

Poi è a Praga e quindi a Tubinga, scomunicato dai Protestanti.

Ma scriveanche testi di “magia”: quella di  cui Bruno si occupa non è però quella associata alla superstizione o alla stregoneria, bensì quella che vuole incrementare il sapere e agire conseguentemente: c’è dappertutto “spirito divino, cosmico” o “anima del mondo”o anche “senso interiore”, identificabile come quel principio universale che dà vita, movimento e vicissitudine a ogni cosa o aggregato nell’universo. Il mago deve tenere presente che come da Dio, attraverso gradi intermedi, tale spirito si comunica a ogni cosa “animandola”, così è altrettanto possibile tendere a Dio dall’essere animato: questa ascensione dal particolare a Dio, dal multiforme all’Uno è una possibile definizione della “magia” di Bruno.

Questo indomito filosofo del “tutto” che poco dopo è a Francoforte con tutta un’altra serie di libri: di fisica e metafisica e confutazione di tutta una serie di antiche filosofie.

Poi va in Svizzera, ull’università di Zurigo e poi fi nuovo a Francoforte, non stancandosi mai di scrivere, ad es. un compendio di termini filosofici, raccoglie le sue lezioni e scrive ancora di memotecnica.

Poi decide, chissà perché?, di rientrare in Italia.

E’ per due volte a Venezia, ospite di Giovanni Francesco Mocenigo nobile e seguace di Giordano Bruno, che invita il filosofo, a vivere a Venezia con lui. Bruno accettò e fu accolto da Mocenigo nel 1591.

Volendo Bruno tornare in Germania per stampare le proprie opere e non riuscendo più Mocenigo a trattenerlo, fu fortemente osteggiato dal nobile, che, nel maggio del 1592, lo additò come eretico al Tribunale dell’Inquisizione!

Qui è processato e si dichiara anche pronto a chiedere scusa, per quanto in contrasto con la dottrina della Chiesa.

Ma è la Chiesa di Roma che adesso lo vuole! L’Inquisizione romana chiede la sua estradizione, che viene concessa, dopo qualche esitazione, dal Senato veneziano. Il 27 febbraio 1593 Bruno è rinchiuso nelle carceri romane del Palazzo del Sant’Uffizio.

Giordano Bruno viene anche torturato, ma non rinnega i fondamenti della sua filosofia: ribadì l’infinità dell’universo, la molteplicità dei mondi, la non generazione delle sostanze – «queste non possono essere altro che quel che sono state, né saranno altro che quel che sono, né alla loro grandezza o sostanza s’aggionge mai, o mancarà ponto alcuno, e solamente accade separatione, e congiuntione, o compositione, o divisione, o translatione da questo luogo a quell’altro» – e il moto della Terra.

A questo proposito spiega che «il modo e la causa del moto della terra e della immobilità del firmamento sono da me prodotte con le sue raggioni et autorità e non pregiudicano all’autorità della divina scrittura». All’obiezione dell’inquisitore, che gli contesta che nella Bibbia è scritto che la «Terra stat in aeternum» e il sole nasce e tramonta, risponde che vediamo il sole «nascere e tramontare perché la terra se gira circa il proprio centro»; alla contestazione che la sua posizione contrasta con «l’autorità dei Santi Padri», risponde che quelli «sono meno de’ filosofi prattichi e meno attenti alle cose della natura».

Sostiene che la terra è dotata di un’anima, che le stelle hanno natura angelica, che l’anima non è forma del corpo; come unica concessione, è disposto ad ammettere l’immortalità dell’anima umana.

Il 12 gennaio 1599 è invitato ad abiurare otto proposizioni eretiche.

Viene ancora torturato. Si dice pronto all’abiura, ma poi cambia idea!

Nell’interrogatorio del 10 settembre Bruno si dice ancora pronto all’abiura, ma il 16 cambia idea e infine, dopo che il Tribunale ha ricevuto una denuncia anonima che accusa Bruno di aver avuto fama di ateo in Inghilterra e di aver scritto il suo Spaccio della bestia trionfante direttamente contro il papa, il 21 dicembre rifiuta recisamente ogni abiura, non avendo, dichiara, nulla di cui doversi pentire.

L’8 febbraio 1600, dinnanzi ai cardinali inquisitori e dei consultori Benedetto Mandina, Francesco Pietrasanta e Pietro Millini, è costretto ad ascoltare in ginocchio la sentenza di condanna al rogo; terminata la lettura della sentenza, secondo la testimonianza di Caspar Schoppe, il Bruno si alza e ai giudici indirizza la storica frase: «Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam» («Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell’ascoltarla»). Dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il crocefisso, il 17 febbraio, con la lingua in giova – serrata da una morsa perché non possa parlare!! – viene condotto in piazza Campo de’ Fiori, (l’unica piazza di Roma dove non è presente una chiesa!!!) denudato, legato a un palo e arso vivo.

Le sue ceneri saranno gettate nel Tevere.

 

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