Accadde oggi, 16 Dicembre: 1942, inizia la tragica ritirata dell’Armata Italiana in Russia (ARMIR)

 

Inizia, con l’approssimarsi della fase acuta (-30°) dell’inverno russo, la tragedia delle “100.000 gavette di ghiaccio” che non torneranno mai più! E’ la disfatta dell’ARMIR, un corpo d’armata enorme, non richiesto dai Tedeschi, mal equipaggiato e senza mezzi, nè armi adatte, e soprattutto in numero non sufficiente, mandato, in due ondate! al massacro, – dicono gli storici, ma la spiegazione non è del tutto convincente! – da chi credeva in una guerra vittoriosa e breve!

 

di Daniele Vanni

 

 

Già: il pensiero di Mussolini di una vittoria lampo e della necessità di qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo dei vincitori, non è davvero più sostenibile!

Non solo perché il Generale Messe, l’unico capace di tutto lo stato maggiore dell’Esercito Italiano, uomo che non a caso veniva dalla gavetta e, unico esempio, aveva fatto carriera senza appoggi e scalando grado per grado, – e infatti fu subito rimosso e finì prigioniero degli Americani in Africa! – aveva detto al Duce a chiare lettere che noi non eravamo in grado di combattere su nessun fronte e che la Guerra era ormai persa! come pensavano moltissimi osservatori e tutti i comandi Alleati i cui vertici politici già si incontravano per accordarsi sulla spartizione del mondo!

Gen. Giovanni Messe, poi Senatore e Deputato monarchico, o aderente alla DC ed al PLI

 

Già il 19 novembre, l’Armata Rossa aveva lanciato una massiccia offensiva, volta ad accerchiare le truppe tedesche della 6ª Armata di Von Paulus, bloccate a Stalingrado.

L’azione aveva portato all’annientamento della 3ª Armata romena, schierata a sud-est dell’ARMIR.

All’alba del 16 dicembre 1942, l’offensiva sovietica(operazione Piccolo Saturno, prima fase della Seconda battaglia difensiva del Don) si scatenava anche contro le linee tenute dal II Corpo dell’ARMIR, che custodiva il settore centrale del fronte italiano.

L’attacco sovietico non colse di sorpresa i reparti italiani, visto che già dall’11 dicembre erano in corso scaramucce e piccoli scontri, lungo il fronte.

Il primo attacco russo, proveniente dal saliente di Verchnij Mamon, fu respinto, ma il 17 dicembre i sovietici impiegarono le loro truppe corazzate e l’aviazione, travolgendo le linee della Ravenna e obbligandola alla ritirata.

Nello stesso tempo, a sud-est, vennero distrutti anche i resti della 3ª Armata rumena.

L’obiettivo della grande manovra era congiungere le due braccia della tenaglia, costituite da gruppi corazzati, alle spalle dello schieramento italo-tedesco-rumenotra Novo Kalitva e Veshenskaya.

Gariboldi tentò di tappare le varie falle come meglio poté, spostando reparti da una posizione all’altra, ma il ripiegamento senza preavviso della 298ª divisione germanica, schierata tra la Ravenna a sinistra e la Pasubio a destra, finì per mettere ancora più in crisi il già traballante fronte.

Il 19 dicembre le avanguardie corazzate sovietiche avevano già raggiunto Kantemirovka, a 40 chilometri all’interno della linea italiana del Don, trenta chilometri più a sud raggiunsero Certkovo, e il 21 dicembre le due colonne russe provenienti da nord e da est si incontrarono a Degtevo, a circa settanta chilometri a sud di Sukhoy Donetz, chiudendo di fatto il XXXV Corpo d’armata italiano e il XXIX Corpo d’Armata tedesco in un’immensa sacca.

Quasi prive di mezzi di trasporto e di carburante(anche i carri leggeri L6/40 andarono quasi tutti persi sotto la forza dell’attacco sovietico), costrette a vagare a piedi in cerca di una via di scampo dall’accerchiamento, le divisioni di fanteria dell’ARMIR, composte da decine di migliaia di uomini ormai difficilmente controllabili, finirono in gran parte annientate, falcidiate dalla fame e dal freddo micidiale (30 gradi sotto zero) e sottoposte non solo agli attacchi delle colonne corazzate nemiche, ma anche dei reparti partigiani che agivano alle loro spalle.

 

Elementi delle divisioni Torino e Pasubio, insieme ai tedeschi della 298ª, riuscirono a resistere a Certkovo, circondati dai russi.

Nella conca di Arbuzovka, invece, si consumò un dramma: 20-25.000 perdite tra morti, dispersi e prigionieri, solo pochi gruppi riuscirono a sfuggire all’accerchiamento.

L’offensiva sovietica non coinvolse il Corpo d’Armata alpino, che continuò a tenere le sue posizioni sul Don. La Divisione Julia, sostituita sulla linea del fronte dalla Divisione Vicenza, fu schierata, insieme al XXIV Corpo d’Armata tedesco, sul fianco destro, lasciato scoperto dalla disfatta del II Corpo.

La Julia si attestò sul fiume Kalitva, dove si dissanguò in continui combattimenti per mantenere il fronte.

Intanto sul Don, ormai coperto di ghiaccio resistente e quindi transitabile anche per i carri armati, i Sovietici apprestavano la seconda fase dello sfondamento.

 

Ancora oggi non si ha un esatto computo dei caduti italiani in Russia.

Si parla di 95.000 morti ma sembrano stime assai riduttive.

Solo nell’inverno ‘42-43, i Sovietici fecero 70.000 prigionieri italiani dei quali 22 000 non arrivarono neppure ai campi di prigionia e morirono nelle lunghe marce di trasferimento (le famose “marce del davaj”) verso la Siberia dalla quale pochissimi tornarono…

E poi ci sono i deceduti in battaglia, i moltissimi morti di congelamento e fame…

Si conosce comunque appieno il loro calvario.

Raddoppiato con l’assurdo invio di una seconda armata, quando i Tedeschi erano stati ormai fermati e si prevedeva una guerra lunga, con l’inverno calle porte!

In un esercito non addestrato, non organizzato con materiale…e carenza assoluta di mezzi motorizzati e soprattutto moderni: moltissimi dei nostri camion si avviavano ancora a manovella.

Con i fucili mitragliatori Fiat che si inceppavano, si dice per il grasso e l’olio per pulirli che si aggrumava.

E le mitragliatrici Breda scarse come i MAB, il Moschetto Automatico Breda, efficace anche se pesante, con 70 colpi contro i fucili mitragliatori italiani che ne avevano al massimo 30, ma poco distribuito Le scarpe (non di “cartone” come certi critici ad ogni costo hanno scritto, ma certo sulle forniture ci sono state tangenti e…guadagni da capogiro!!) di CUOITAL che a voler essere buoni era un succedaneo del cuoio, con trucioli di cuoio tritato, con aggiunta di altro non ben specificato e munite di chiodi adatte forse a combattere in Italia, ma non certo nelle neve russa. Gli Alpini avevano almeno la suola Vi-Bran, dal brevetto di Vottorio Bramani. Ma i cappotti d’orbace che alla lunga s’intorsavano anche con la pioggia…

E infine l’attrito con i Tedeschi che piano piano divenne qualcosa di più…soprattutto nella ritirata dove i nostri camerati ci lasciavano spesso a piedi: tanto che si dice di una bomba a mano, lanciata da Alpini che colpì un camion tedesco provocando la morte di un comanadante…o di mani e braccia stroncate di netto dai Tedeschi in fuga, per impedire di sovraffollare i loro mezzi con soldati italiani che si aggrappavano disperatamente!

 

 

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