Accadde Oggi, 14 Novembre: 1851, viene pubblicato”Moby Dick”

 Molto spesso definiamo “capolavori” testi letterari di grande successo, come “Moby Dick” senza afferrarne il senso profondo!

Ma è stato già un successo che libri come “Pinocchio” venissero letti!

Oggi, di veri e grandi capolavori, quelli che caratterizzano un’epoca, svelandone il senso, non ce n’è più, per i “veri”capolavori…siamo noi! gli autori e scrittori di cose interessantissime, profonde, in quel vero specchio dell’Umanità che è Facebook!

di Daniele Vanni

Moby Dick è un romanzo scritto da Herman Melville (1819-1891): una vita “torturata” tra ansie personali, continuo girovagare, anche sui mari e sulle baleniere, stretto tra la morte di un padre impazzito, un figlio suicida…

Il libro, capolavoro della letteratura americana, pubblicato a Londra con il titolo The Whale(La Balena) nel 1851 e, nello stesso anno, a New York con il titolo definitivo Moby-Dick, or The Whale (Moby Dick, ossia la Balena) fu accolto tiepidamente dai lettori.

In una lettera, Melville definiva il suo romanzo come il “libro malvagio” poiché il protagonista del racconto era il male, della natura e degli uomini,che egli però voleva descrivere, senza rimanerne sentimentalmente o moralmente coinvolto.

Forse perché ne aveva visto ed avvertito troppo, fino ad averne una pericolosa vertigine attrattiva…

La trama del libro si può riassumere assai brevemente, come il viaggio di una baleniera, il Pequod, comandata dal capitano Achab, a caccia di balene e capodogli, e in particolare della enorme balena bianca (in realtà un capodoglio) che dà il titolo al romanzo.

Tuttavia in Moby Dick c’è molto di più: le scene di caccia alla balena sono intervallate dalle riflessioni scientifiche, religiose, filosofiche e artistiche del protagonista Ismaele, alter ego dello scrittore, che trasforma il viaggio in un’allegoria e al tempo stesso in un’epopea epica.

Moby Dick è stato tradotto in italiano per la prima volta dallo scrittore Cesare Pavese, nel 1932.

Moby Dick fu pubblicato nel 1851, durante il periodo che è stato chiamato il Rinascimento americano, il quale vide la pubblicazione di opere letterarie come La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne (1850), La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe (1852) così come Walden (1854) di Henry David Thoreau e la prima edizione di Foglie d’erba di Walt Whitman (1855).

Due avvenimenti reali costituirono la genesi del racconto di Melville.

Il primo è l’affondamento nel 1820 della baleniera Essex di Nantucket, dopo l’urto con un enorme capodoglioa 3200 km dalla costa occidentale del Sud America. Il primo ufficiale Owen Chase, uno degli otto sopravvissuti, riportò l’avvenimento nel suo libro del 1821 Narrazione del naufragio della Baleniera Essex di Nantucket che fu affondata da un grosso capodoglio al largo dell’Oceano Pacifico.

Che strano! questo  avvenimento, (vedi: Accadde oggi del 20 Novembre)avvenne, 31 anni prima, sempre di novembre, ma a soli sei giorni di distanza, dalla pubblicazione di questo capolavoro, e cioè il 20 Novembre 1831 e non so se questa vicinanza sia un caso o dovuta ad una volontà di Melville!

Il secondo evento fu la presunta uccisione, attorno al 1830, del capodoglio albino Mocha Dick nelle acque al largo dell’isola cilena di Mocha.

Si raccontava che Mocha Dick avesse venti o più ramponi conficcatigli nel dorso da altri balenieri e che sembrava attaccare le navi con una ferocia premeditata, come raccontò l’esploratore Jeremiah N. Reynolds, nel maggio 1839 sul The Knickerbocker.

Trama

Il narratore, Ismaele, è un marinaio piuttosto vecchio del mestiere, in procinto di partire da Manhattan. Questa volta ha deciso che per il suo prossimo viaggio s’imbarcherà su una baleniera. In una notte di dicembre giunge così alla Locanda dello Sfiatatoio, presso New Bedford (Massachusetts), accettando di dividere un letto con un tatuatissimo ramponiere polinesiano, chiamato Queequeg. Decideranno di salpare insieme dall’isola di Nantucket sulla Pequod, un bastimento vecchio, guidato dal capitano Achab, «un grand’uomo, senza religione, simile a un dio», il quale «è stato all’università e insieme ai cannibali». Che è poi la vita, ed anche il desiderio di Melville!

Poco dopo, sul molo, i due amici s’imbattono in un misterioso uomo dal nome biblico di Elia, che allude a future disgrazie che colpiranno Achab.

E tra Ismaele, profezie, Elia, quaccheri, concezioni bibliche molto originali, con innesto di polinesiani, schiavi e spirito di avventura siamo in pieno West americano.

Il clima di mistero cresce la mattina di Natale, quando Ismaele vede delle oscure figure nella nebbia vicine al Pequod, che proprio quel giorno, spiega le vele.

Il primo ufficiale è Starbuck, un Quacchero serio e sincero che si dimostra anche un abile comandante; in seconda c’è Stubb, spensierato e allegro, sempre con la sua pipa in bocca; il terzo ufficiale è Flask, tozzo e di bassa statura e del tutto affidabile.

Ciascun ufficiale è responsabile di una lancia con il proprio ramponiere. Qualche tempo dopo la partenza, finalmente Achab, una mattina, fa la sua comparsa sul cassero della nave. La sua è un’imponente e impressionante figura con una gamba che gli manca, dal ginocchio in giù, che è stata rimpiazzata da una protesi realizzata con una mascella di capodoglio! Achab svela all’equipaggio che il vero obiettivo della caccia è Moby Dick, un vecchio ed enorme capodoglio, dalla pelle chiazzata e con una gobba pallida come la neve, che lo ha storpiato durante il suo ultimo viaggio a caccia di balene.

Durante la prima calata della lance, per inseguire un gruppo di balene, Ismaele riconosce gli uomini intravisti nella foschia prima che il Pequod salpasse. Achab aveva in segreto portato con sé il proprio equipaggio, incluso un ramponiere chiamato Fedallah (a cui si fa anche riferimento come ‘il Parsi’), un enigmatico personaggio, che esercita una sinistra influenza su Achab, al quale profeterà che la morte li colpirà assieme.

Il romanzo descrive numerosi “gam”, incontri fra due navi in mare aperto durante i quali, per Achab, c’è un’unica domanda che sempre pone all’equipaggio delle altre navi: «Avete visto la Balena Bianca?»

Quando il Pequod entra nell’Oceano Pacifico, Queequeg si ammala mortalmente e chiede al carpentiere della nave che gli venga costruita una bara che non gli servirà poiché alla fine deciderà di continuare a vivere. La bara diviene così la sua cassa portaoggetti, che poi verrà calafatata e adattata per rimpiazzare il gavitello del Pequod.

Da equipaggi di altre baleniere giungono notizie su Moby Dick e nulla ferma Achab, neppure una richiesta di aiuto per ricercare il figlio più giovane del capitano, andato disperso assieme alla sua barca durante un recente scontro con la balena bianca.

Che Achab e la Balena Bianca siano gli spettri del padre e del figlio di Herman Melville??!

Per due giorni l’equipaggio insegue la balena, che infligge loro numerosi danni, compresa la scomparsa in mare del ramponiere Fedallah, che al terzo giorno Moby Dick, riemergendo, mostra ormai morto avviluppato dalle corde dei ramponi. Il capodoglio che nuota lontano dal Pequod non cerca la morte dei balenieri, mentre Achab vuole la sua vendetta. Starbuck esorta un’ultima volta Achab a desistere, osservando che:

« Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu che insensato cerchi lei! »

(Moby Dick, Cap. 135)

Achab ignora per l’ennesima volta la voce della ragione e continua con la sua caccia sventurata. Poiché Moby Dick aveva danneggiato due delle tre lance che erano salpate per cacciarlo, l’imbarcazione di Achab è l’unica rimasta intatta. Achab rampona la balena, ma la corda del rampone si rompe. Moby Dick si scaglia allora contro il Pequod stesso, il quale danneggiato gravemente comincia ad affondare. Achab rampona nuovamente la balena, ma questa volta il cavo gli si impiglia al collo e viene trascinato negli abissi oceanici dall’immersione di Moby Dick.Non siamo noi stessi, tutti gli esseri umani, sempre legati, da un “cordone ombelicale” ai nostri genitori, e se non ci stacchiamo a tempo rischiamo spesso di finire a fondo??

La lancia viene quindi inghiottita dal vortice generato dall’affondamento della nave, nel quale quasi tutti i membri dell’equipaggio trovano la morte. Soltanto Ismaele riesce a salvarsi, aggrappandosi alla bara-gavitello di Queequeg, e dopo un intero giorno e un’intera notte viene fortunosamente recuperato.

A volte, se facciamo “morire” certe nostre parti, facendone crescere e germogliare altre, riusciamo a vincere anche la paura atavica della morte ed affrontare “il mare” della vita!

 

 

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