Accadde oggi, 13 Maggio: 1981, l’attentato a Giovanni Paoli II

 

 

Non si è mai fatta piena luce su questo episodio, che poteva cambiare il corso dela fine del secondo millennio e che il Papa polacco era convinto avesse avuto un esito assai meno tragico per l’intervento della Madonna di Fatima che l’aveva predetto!!

 

 

 

di Daniele Vanni

 

 

13 Maggio 1981, poco dopo le 17,30, due colpi di arma da fuoco portano lo scompiglio in Piazza San Pietro!

La maggioranza dei fedeli non si accorge di niente, se non di un certo trambusto in un angolo della piazza. La stragrande maggioranza non sa niente di cosa è successo.

Una parte della folla vede però, ad un tratto, scattare in avanti la jeep bianca del Papa, con sopra i prelati che si chinano tutti sopra il Pontefice. Alcuni pensano che Giovanni Paolo II sia caduto.

In molti, invece, quando vedono la jeep imboccare la strada del rientro a forte velocità, pensano ad un malore. Tutti ora interrogano il vicino per capire!

Ma qualcuno, più vicino al luogo dove oggi c’è la lapide che ricorda l’attentato, sa esattamente cosa è capitato! Un uomo, forse due avrebbero sparato.

Una suora, dicono alcuni, sicuri del fatto loro! avrebbe anche cercato di fermare l’attentatore! Ma era solo? Comunque è stato fermato. La voce ora si diffonde in un battibaleno. Ed è allarme, sconcerto, tristezza, disperazione ed anche indignazione. Incredulità.

 

Il 22 luglio, Mehmet Ali Ağca è già condannatao all’ergastolo.

Ma non parla.

Poi, in seguito, sarà un fiume in piena. A volte, spesso, anche farneticante e inconcludente. E la difesa ne ha chiesto anche l’infermità mentale. A volte fa pensare che parli in codice.

Parla dei servizi segreti dell’Est. In particolare della Bulgaria. Di complici.

A volte, tira in ballo anche persone vicine, addirittura  interne al Vaticano. E poi divaga, depista (o sa qualcosa davvero?) parlando a sproposito del caso di Emanuela Orlandi. A volte, coinvolge personaggi lontani, come l’Ayatollah Khomeyni, che non conosce neppure la lingua turca di Agca! Poi, dopo aver detto, più volte, di voler con l’attentato guadagnare il Paradiso dell’Islam, dichiara di essere, in realtà! il Cristo, di voler riscrivere la Bibbia e preannuncia l’Apocalisse!

Giovanni Paolo II lo va anche a trovare e lo perdona, con un gesto che fa, in un attimo, il giro del mondo.

 

Mehmet Ali Ağca era stato un militante nell’organizzazione terroristica di estrema destra denominata “Lupi grigi”. Il 1º febbraio 1979 aveva partecipato alla preparazione dell’attentato che costò la vita al giornalista turco Abdi İpekçi, direttore del quotidiano liberale Milliyet. Dopo la condanna, il 25 novembre 1979 era riuscito ad evadere dal carcere di massima sicurezza di Kartal Maltepe, in cui era detenuto.

Il 13 maggio 1981, pochi minuti dopo l’ingresso di Wojtyła in piazza San Pietro per l’udienza generale, Ali Ağca sparò due colpi di pistola al papa. Pur riuscendo a raggiungere il colonnato di piazza San Pietro con l’intento di fuggire dal luogo dell’attentato, venne costretto a fermarsi da alcuni astanti. Facendo cadere inavvertitamente la pistola a terra urtando con il braccio una suora lì presente e rimanendo quindi disarmato, poté essere arrestato facilmente dalle forze dell’ordine. Riprese la corsa, ma ormai disarmato, venne bloccato e arrestato nel colonnato. Wojtyła fu presto soccorso e fu sottoposto a un intervento di 5 ore e 30 minuti.

Il 27 dicembre 2014, in occasione del trentunesimo anniversario del suo colloquio con il Papa nel carcere di Rebibbia, Ali Agca si reca a visitare la tomba di Giovanni Paolo II, dove deposita due mazzi di fiori.

Successivamente, ad un controllo delle autorità italiane, (!?) il suo passaporto è risultato irregolare, oltreché la sua presenza inammissibile sul territorio di Schengen fino al 2016! Questo ha determinato l’applicazione del rimpatrio forzato da parte delle autorità, che hanno imbarcato Agca per la Turchia il 29 dicembre 2014!

 

 

Il luogo dell’attentato, ricordato dalla lapide voluta da Papa Benedetto

 

 

Il luogo della piazza dove ci fu l’attentato

 

Giovanni_Paolo II e Mehmet Ali Ağca a Rebibbia (1983)

 

 

 

La corona con la pallottola dell’attentato

 

 

13 naggio la Legge Basaglia

“E mi non firmo!” con questa decisa presa di posizione Basaglia, nominato direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia, il primo giorno di servizio, si rifiutava di firmare l’ordine di

servizio (scusate la ripetazione!) per i le contenzioni di quella giornata. Erano cose abominevoli! Bagni di acqua calda bollente, cinghie, tamponi in bocca per non udire gli urli, camicie di forza, letti di contenzione, dove magari il malato restava giorni, assieme alla sua orina ed alle sue feci. E poi le botte, gli stupri (ancora si possono vedere in certi musei, i feti in formalina!!!).

Sì perchè è troppo facile approfittare del malato della malattia peggiore, quella più infame che ti fa soffrire, non come il cancro per alcuni mesi o anni, ma per tutta la vita!

Lo sapevano bene i nomadi che dopo questa legge si appostarono accanto al Manicomio di Tobino, a Maggiano, per accompagnare i malati che ora potevano uscire, per andare a riscuotere la pensione alle Poste…!!

Quando erano entrati alla Bastiglia, quei grandi rivoluzionari come Basaglia, per conquistarla e distruggerla, vi avevano trovato dentro pochi detenuti comuni assieme ai pazzi, perchè fino ad allora la malattia mentale era assimilata e confusa con la delinquenza!

Quei rivoluzionari francasi con le loro parole di libertà ed uguaglianza erano finiti all’epoca della ghigliottina e poi sotto un dittatore che non si faceva più chiamare re, ma imperatore!

Non voglio dire che la rivoluzione di Basaglia sia finita nello stesso modo, ma certo molte riflessioni s’impongono!

I malati mentali non sono malati come gli altri, perchè colpiti nell’organo principale della vita, il cervello e quindi non solo hanno bisogno di essere trattati bene, ma forse meglio e con più delicatezza degli altri. Questo quando entrò in campo anche in Italia l’Antipsichiatria, lo si stava raggiungendo con gli psicofarmaci, gli antidrepessivi, gli antipsicotici che stavano esplodendo come tutta la Medicina, dopo la scoperta di Watson e Crick del DNA del 1953 e i passi da gigante che si facevano sui neurotrasmettitori, sui mezzi d’indagine della mente che fino ad allora veniva considerata “anima” e con la capacità dell’industria farmaceutica dopo i balzi in avanti promossi dall’orrore della seconda guerra mondiale, permettevano.

Però da qui a dire che la malattia mentale era una malattia sociale e che bastava segare le sbarre, bruciare i letti di contenzione, socializzare i malati mentali per guarirli, era un’illusione come quelle pericolose e dannose, propagate dal ’68!!

Vedendo dove va il mondo, forse oggi si potrebbe, se ci consentite, “scherzare” sul detto di Basaglia, potremma anagrammare e convergere a 360°  e dire: “Io firmo! Firmo per una legge che preservi le persone normali, che forse stanno diventando minoranza ed estinguendosi come il Panda o come l’Oceano Pacifico ormai divenuto una pozza di plastica, e che siano protette dentro uno zoo, come specie in via d’estinzione!!”.

 

Con Legge Basaglia s’intende la legge italiana numero 180 del 13 maggio 1978, “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”.

 

Alla legge ci si riferisce comunementecon l’associazione al nome di Franco Basaglia (psichiatra e promotore della riforma psichiatrica in Italia), estensore morale mentre quello materiale della legge fu lo psichiatra e politico democristiano Bruno Orsini.

 

Ispirandosi alle idee dello psichiatra statunitense Thomas Szasz, Basaglia s’impegnò nel compito di riformare l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale, proponendo un superamento della logica manicomiale.

 

Come disse lo stesso Franco Basaglia intervistato da Maurizio Costanzo:

 

« Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione. »

 

(Franco Basaglia)

 

La Legge 180 è la prima e unica legge quadro che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici.

Ciò ha fatto dell’Italia il primo (e al 2017, finora l’unico) paese al mondo ad abolire gli ospedali psichiatrici!!!

 

Prima della riforma dell’organizzazione dei servizi psichiatrici legata alla legge n. 180/1978, i manicomi erano spesso significativamente connotati anche come luoghi di contenimento sociale, dove l’intervento terapeutico e riabilitativo veniva spesso visto (da tutto quel filone ideologico sessantottesco) come chiusi agli “apporti sociali”,  alla cosiddetta psichiatria sociale, delle forme di supporto territoriale, delle potenzialità delle strutture intermedie, e della diffusione della psicoterapia nei servizi pubblici: in una parola, non si apriva al concetto “nuovo” che la malattia psichica, non fosse organica, ma sociale!

 

La legge voleva anche essere un modo per modernizzare l’impostazione clinica dell’assistenza psichiatrica, instaurando rapporti umani rinnovati con il personale e la società, riconoscendo appieno i diritti e la necessità di una vita di qualità dei pazienti, seguiti e curati anche da strutture territoriali.

In pratica, al di là delle posizioni ideologiche, raccoglieva quanto di buono avevano ottenuto i nuovi farmaci come le benzodiazepine, i nuovi antipsicotici e i nuovi antidepressivi. Spingendosi fino all’utopia, che con questi nuovi ritrovati e con la “nuova società” le malattie mentali potessero scomparire del tutto!!

 

La legge stessa, nell’articolo 11 (“Norme finali”), prevedeva che la stragrande maggioranza degli articoli (articoli 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8 e 9) restassero in vigore solo fino alla data di entrata in vigore della legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, condizione poi verificatasi con la legge n. 833 del 23 dicembre 1978.

 

La legge n. 180/1978 demandò l’attuazione alle Regioni, le quali legiferarono in maniera eterogenea, producendo risultati diversificati nel territorio. Nel 1978 solo nel 55% delle province italiane vi era un ospedale psichiatrico pubblico, mentre nel resto del Paese ci si avvaleva di strutture private per il 18%, o delle strutture di altre province per il 27%.

 

Di fatto, solo dopo il 1994, con il “Progetto Obiettivo” e la razionalizzazione delle strutture di assistenza psichiatrica da attivare a livello nazionale, si completò la previsione di legge di eliminazione dei residui manicomiali.

Ma nel contempo, nulla o quasi fu attuato delle tanto decantate strutture intermedie, o delle abitazioni che dovevano accogliere gratuitamente e sotto stretta assistenza di psichiatri, psicologi e assistenti sociali, coloro che prima erano internati o coloro che senza “manicomi” dopo un periodo ospedaliero si sarebbero trovati in condizione di essere assistiti e curati intensamente. Risultato: per molto tempo, molti, rifiutati dalle famiglie e o non avendone più rimasero nei “lager” ormai aperti, con eventi a volte paradossali, a volte tragici.

Il resto fu scaricato sule famiglie con non pochi casi di omicidi, suicidi, odisseee inenarrabili…

 

Nonostante critiche e proposte di revisione, le norme della legge n. 180/1978 regolano tuttora l’assistenza psichiatrica in Italia.

 

Si era certo superata quella fase medioevale quando i “pazzi” erano paragonati ai delinquenti, come veri pericoli sociali. Tanto è vero, che alla presa della Bastiglia, tra i pochissimi prigionieri, vi era qualche “politico”, qualche delinquente professionale e qualche malato mentale!

 

Ma battezzando la malattia mentale, la depressione, i disturbi di personalità solo come conseguenze sociali, si era andati ad ideologizzare la malattia, senza comprenderne davvero le cause.

 

 

 

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