13 luglio SimonePianetti

Accadde oggi, 13 Luglio: l’incredibile strage di Pianetti nelle valli bergamasche

 

 

“Fare come Pianetti” nelle valli bergamasche, significa ancora: fare un strage! Tanto fu lo scalpore della serie impressionante di omicidi (ne aveva pensati 40!) di quest’uomo che pensò di farsi giustizia a modo suo, dei torti che la vita fa a tutti! E per fortuna non tutti siamo come Simone Pianetti da Camerata Cornello, classe 1858, impenitente donnaiolo!

 

di Daniele Vanni

 

 

 

Vespa ci avrebbe fatto subito un plastico e saremmo andati avanti mesi, forse anni con Crepet, la Bruzzone e “Chi l’ha visto?”…in questo caso davvero!! Perché il protagonista non è mai più stato visto da nessuno e nessuno sa come la storia è finita!

Per fortuna eravamo alla vigilia della Prima Guerra Mondiale e la Rai era ancora al di là da venire, (e non c’era neppure l’Enel per metterci in bolletta un canone imposto, sul quale sarebbe bello in questa “democrazia” che tutto ammette, fare un bel referendum!) quando si verificò una serie di omicidi, una strage, che fece infiammare le cronache di allora! Anche perché il giallo, si tingeva dei colori politici, del senso della rivolta!

 

Simone Pianetti

 

Simone Pianetti, alto, biondo e impenitente donnaiolo, era nato a Camerata Cornello, Camerada Cornèl in dialetto bergamasco, perché siamo in Val Brembana, attraversata dal fiume che le dà il nome e poi va ad arricchire l’Adda da sinistra, il 7 febbraio 1858. La famiglia era benestante ed abitava nella piccola contrada di Lavaggi. Di carattere aggressivo e sanguigno (in un’occasione sparò addirittura colpi di fucile all’indirizzo del padre, senza però colpirlo, per questioni legate all’eredità), decise, (pare che il padre gli avesse dato 8.000 di lire di eredità, per levarselo di torno!) così come molti altri conterranei, di emigrare negli Stati Uniti d’America in cerca di fortuna. E qui abbiamo già la figura, che fa emozionare gli animi di sinistra, del povero contadino che dalle valli bergamasche deve prendere il vapore, perché qui non trova la sua strada. Pianetti la trovò e si recò a New York, dove inizialmente riuscì a sbarcare il lunario con differenti tipologie di lavoro, entrando poi in contatto con gli ambienti anarchici della città. Fondò in seguito una società d’importazione di vino e frutta con l’amico Antonio Ferrari: tuttavia nella gestione di quest’attività incontrò problemi con la Mafia locale, allora conosciuta come Mano Nera, che esigeva il pagamento di denaro in cambio di protezione. Il suo temperamento, portò Pianetti a denunciare il fatto, cosa inusuale per via dei rischi a cui si andava incontro, alla Polizia locale comandata dal comandante Shirley e l’ispettore francese Lacassagne. Con i due, collaborava anche lo scrittore H.Ashton-Wolfe che conobbe personalmente Pianetti e, qualche anno più tardi, raccolse le sue vicende in un capitolo del suo libro “Crimini di violenza e vendetta”, grazie a cui è possibile conoscere i fatti della sua permanenza in terra statunitense. La denuncia portò all’arresto di una decina d’insospettabili, ma costò molto cara ai due che avevano osato ribellarsi, dato che la Mano Nera ordinò e perpetrò l’assassinio di Antonio Ferrari. La vita stessa di Pianetti era quindi a rischio, tanto che dovette abbandonare la città e muoversi con false generalità fino a fare ritorno in patria.

 

Il rientro nella sua valle lo pose dinanzi ad una realtà molto chiusa e bigotta, in antitesi con quanto da lui vissuto nell’esperienza americana. O forse il suo animo era inquieto dovunque! Tuttavia anche in valle Brembana parevano aprirsi spiragli di cambiamento, sia grazie all’apertura di un casinò nel vicino paese di San Pellegrino Terme ed il relativo afflusso di turisti, sia con l’elezione del liberale Bortolo Belotti, del quale Pianetti divenne amico, per via della comune contrapposizione al blocco cattolico-conservatore imperante nella zona. Sposò Carlotta Marini, dalla quale avrà nove figli, con cui aprì una taverna appena fuori dal centro abitato di Camerata Cornello, in cui si poteva anche ballare. E questo fu il suo sbaglio, perché allora il ballo era visto, soprattutto in una valle alpina, come fonte di peccato. Dopo i primi tempi in cui gli affari andavano a gonfie vele, però Pianetti venne messo al centro di maldicenze, in cui veniva bollato come libertino, anarchico ed anticlericale. Seguì un vero e proprio boicottaggio nei confronti della sua locanda, con gli avventori che venivano messi in guardia dalle autorità politiche ed ecclesiastiche del paese: alla lunga venne obbligato ad abbandonare l’attività per mancanza di clienti. E poi il sindaco gli revocò la licenza! Con i soldi rimasti, decise di trasferirsi con la famiglia nel vicino comune di San Giovanni Bianco, al fine di evitare le persone che l’avevano in antipatia. Qui aprì un mulino elettrico, un’opera all’avanguardia per quei tempi. Ma anche questa volta, dopo un periodo iniziale, in cui le cose sembravano andare per il meglio, cominciò ad essere additato, con la sua farina, come portatore di maledizioni e malattie, tanto che il suo prodotto veniva chiamato la farina del Diavolo! Maldicenze che, a dire il vero assieme all’alto costo dell’energia elettrica di allora e delle tasse, tutto assieme, lo obbligarono ad abbandonare l’attività e finire definitivamente sul lastrico! La disperazione è la forma più cupa della depressione. Dopo aver toccato il fondo, cominciò a prendere in considerazione numerose “soluzioni”. La prima, quella del suicidio, venne più volte manifestata ad amici ma rapidamente scartata, mentre cominciò a farsi spazio quella della vendetta nei confronti di chi lo aveva costretto in quella situazione. Forse le sue reminiscenze anarchiche non erano state del tutto “elaborate”.

 

E infatti, ciò che lo “accese” sembra essere stato il disgraziato attentato (di cui oggi si sa molto di più, tanto da non poterlo più certo definire un puro attentato anarchico!) del serbo Gavrilo Princip che uccise, il 28 giugno 1914, l’arciduca Francesco Ferdinando. Da qui scaturiranno milioni di giovani morti ed orrende sofferenze e mutilazioni in tutta Europa! Nella mente di Pianetti, in quel senso di giustizia maturato durante la sua esperienza statunitense ed il tristissimo episodio con la mafia locale, le chiacchere che lo avevano prima spossato e poi distrutto economicamente, le tasse, la revoca della licenza, lo portarono a premeditare addirittura l’eliminazione fisica di persone del posto! Tanto ci ragionò, che elaboro persino una lista precisa, riportando i loro nomi uno ad uno! Erano addirittura 40!

La mattina del 13 luglio 1914, uscì di buon’ora dalla sua casa, imbracciò il suo fucile a tre canne e si diresse verso la piccola valle di Sentino, dove, dopo un appostamento di un paio d’ore in un cespuglio, attese e colpì con due fucilate il medico condotto dei paesi di Camerata Cornello e San Giovanni Bianco, il dottor Domenico Morali, che solitamente usava recarvisi presso il proprio capannello di caccia o forse per dare becchime agli uccelli da richiamo! Forse era reo di non aver curato bene il figlio di Pianetti.

 

Pianetti scese quindi nel centro abitato di Camerata, dove bussò alla porta di Cristoforo Manzoni, locale sindaco. Non trovandolo, si diresse velocemente presso il palazzo comunale, ma anche qui la ricerca del primo cittadino fu vana. Tanta gente nei comuni non si trova mai o forse il sindaco aveva già raccolta la voce del primo omicidio! Pianetti cercò e trovò invece l’aiutante dello stesso, il segretario comunale Abramo Giudici, in compagnia della figlia Valeria, 27 anni. Il segretario è forse “colpevole” di aver redatto l’atto di ritiro della licenza della locanda e di averlo ostacolato nelle elezioni in cui Simone Pianetti si è presentato senza fortuna. Anche la figlia, che accorre agli spari che uccidono il padre, si era inimicata Pianetti, tanto da comparire nella sopracitata lista e da essere colpita, dalla furia omicida del compaesano. E li sterminò entrambe, sparando in volto alla donna! Salì quindi nella parte alta del paese, raggiungendo la casa del calzolaio Giovanni Ghilardi, la quarta vittima, che è un suo avversario politico, scampando da morte la moglie dell’artigiano che lo supplicava in gionocchio! Pianeti la lasciò vivere e si spostò in breve sul sagrato della chiesa parrocchiale. Qui incontrò il prevosto don Camillo Filippi, intento in una discussione con il messo comunale Giovanni Giupponi. Il parroco, meravigliato della visita dell’anarchico, non fa a tempo di chiedergli che ci fa da quelle parti, che il Pianetti gli risponde in dialetto: “Lei lo sa il perché” e gli spara al petto a bruciapelo, come all’altro che faceva anche il sacrestano e gli aveva negato la derivazione dell’acqua di una fontana. Un tale Giusmaroli che era con loro sviene e si salva! Pianetti si dilegua nel bosco, per riapparire in breve alla contrada Pianca. Cerca, senza esito l’oste Pietro Bottani, e poi sale nella frazione di Cantalto, dove risiedeva Caterina Milesi (detta Nella), la quale aveva un contenzioso nei confronti di Pianetti per via di un debito mai pagato dalla donna, come testimonia una citazione (30 lire!) presso il giudice conciliatore, che essendo rappresentato dal dipendente comunale, aveva anche lui, secondo Pianetti, pagato il conto! La Nella non riuscirà a saldare più nessuno, perché il Pianetti le fece pagare un conto salatissimmo, freddandola all’istante, dopo averle rimproverata di aver sparlate alle sue spalle! Racconterà tutto il nipotino di nove anni che ha assistito alla scena che non scorderà più! Questa fu la sua settima ed ultima vittima. Solo perché non aveva trovato il sindaco e l’oste! Dopodiché, forse ebbro di sangue e spossato dalla sua stessa febbre omicida, salì alla frazione Cantiglio, dove incontrò dei carbonai che, all’oscuro degli avvenimenti, lo sfamarono, per poi dileguarsi in direzione del monte Cancervo, zona che conosceva  molto bene per le numerose battute di caccia svolte.

Rapidamente la voce si sparse nel paese ed in tutte le contrade della zona: il centro abitato di San Giovanni Bianco si presentava completamente deserto, con la gente barricata nelle proprie case. Immediatamente i carabinieri fecero piantonare tutti gli scampati all’eccidio e coloro che avevano contenziosi aperti con Pianetti, (quindi in parte si conoscevano le maldicenze ed i Carabinieri di paese sanno sempre tutto!) cominciando le ricerche del fuggiasco sulle impervie cime circostanti. Anche grazie ad una squadra di guardie forestali ed una trentina di carabinieri giunti da Bergamo, in rinforzo alle unità locali. Nella serata del 14 luglio, Pianetti fu avvistato da un gruppo composto da sette militari, con i quali ebbe uno scontro a fuoco, senza conseguenze fisiche per alcuno. Il 16 luglio 1914, in paese, arrivò il senatore Bortolo Belotti, nativo della zona, della Destra Liberale (che sarà anche ministro, e darà la villa a D’Annunzio per farvi il Vittoriale!). Contemporaneamente fu posta di una taglia di lire 1000 nei confronti del latitante. Non erano poche: ci si poteva comprare una carrozza! Il giorno seguente Pianetti incontrò una donna (Giacomina Giupponi) con la quale barattò la sua pistola in cambio di cibo, proprio mentre nelle zone circostanti si intensificavano le ricerche, con l’aggiunta di volontari (per lo più parenti delle vittime): 170 soldati appartenenti al 78º battaglione di Fanteria ed altri 40 carabinieri. Nonostante ciò Pianetti riuscì a tenere in scacco più di trecento persone poste alla sua caccia, e così nell’opinione pubblica si andavano a creare contrapposte correnti di pensiero.

Intanto si celebrarono le esequie, si racconta con cento preti! E le campane della vallata che suonarono ininterrottamente per ore a morto. Presto la stampa, quella di allora, 40 anni giusti dal primo TG, cominciò a strumentalizzare la vicenda: numerose furono le polemiche tra le testate giornalistiche, in particolar modo tra “Il Secolo” e ”L’Eco di Bergamo”. Quest’ultimo difatti accusò il primo di riportare le notizie in ottica anticlericale e di dipingere Pianetti come un liberatore dall’oppressione e dall’imperversare dei “feudatari” del paese, quali sindaco, medico e parroco. Così difatti cita il quotidiano nazionale ”Il Secolo”: « Qui tutti sapevano che il Pianetti era perseguitato… Chi vuol vivere tranquillo deve essere ossequiante al parroco del luogo… Il parroco è il feudatario ed i paesani si dividono in vassalli e valvassori a seconda della loro astuzia e del loro stato economico… Al Pianetti ne avevano fatte tante che non poteva più frenarsi » (Il Secolo, 20 luglio 1914). Di differenti visioni popolari riferite all’eccidio parlano anche organi di stampa locali, preoccupandosi dell’apologia del colpevole in corso tra la gente. Sta di fatto che la popolazione cominciava a vedere realmente Pianetti come un piccolo Robin Hood (non conoscendone la storia vera!) ed un liberatore, tanto che sui muri della zona cominciarono ad apparire scritte a lui inneggianti (una su tutti “W Pianetti, ce ne vorrebbe uno in ogni paese”). Nel frattempo le ricerche non davano nessun risultato, tanto che il 29 luglio 1914, il prefetto di Bergamo, Antonio Molinari, aumentò a 5000 lire la taglia sulla testa del fuggiasco, senza tuttavia ottenere gli effetti sperati! Da un anno, nel foièr, una zona piena di strapiombi, quasi inaccessibile, si cercava un altro omicida, senza esito!

Il 31 luglio, le autorità autorizzarono il figlio Nino Pianetti a recarsi tra i monti, al fine di incontrare il padre e convincerlo a costituirsi. Il ragazzo, trovato il genitore, gli consegnò due lettere scritte dalla moglie e dall’amico  Bortolo Belotti, che gli consigliavano di consegnarsi alle autorità. Per contro, Simone, dopo aver scritto una struggente lettera di risposta alla moglie, disse al figlio “non mi troveranno mai, né vivo, né morto” . Ed in effetti quell’episodio, riportato da tutti i quotidiani dell’epoca, fu l’ultima volta di cui si ebbero notizie documentate di Simone Pianetti! La sua latitanza tra i monti della valle Brembana fu aiutata anche dalla complicità di carbonai e pastori che vivevano a quelle quote: essi lo consideravano una sorta di giustiziere, offrendogli cibo e talvolta un tetto sotto il quale ripararsi. A tal riguardo le cronache dell’epoca riportano la condanna ad un anno di reclusione (poi ridotta a sei mesi in appello) di due mandriani, i fratelli Giorgio e Carlo Manzoni, rei di aver ospitato Pianetti nella loro baita dal 20 luglio al 2 agosto, mentendo ai carabinieri e coprendone la fuga. L’inafferrabilità del fuggiasco, aiutata dagli eventi internazionali che annunciavano l’arrivo della prima guerra mondiale anche in Italia, favorirono un allentamento della morsa delle ricerche, e ben presto tolsero l’attenzione alla vicenda.

Nel frattempo la giustizia proseguiva il suo corso: il 25 maggio 1915 presso la Corte d’Assise di Bergamo si concluse il processo a carico di Simone Pianetti, imputato in contumacia. La sentenza di ergastolo fu accompagnata da cinque anni di segregazione cellulare continua, dall’interdizione dai pubblici uffici, dalla perdita della patria potestà e dell’autorità maritale, nonché dall’interdizione legale con conseguente annullamento del testamento da lui sottoscritto. Il tutto spedendo un nuovo ordine di cattura nei confronti del condannato. L’unica cosa certa è che il corpo di Simone Pianetti non fu mai trovato: numerose quindi sono le ipotesi riguardo alla sua sorte.

La tesi fornita dalla famiglia è quella che il loro congiunto fosse morto, suicida? tra le cime dei monti Cancervo e Venturosa pochi giorni dopo l’incontro con il figlio Nino. Questa versione, perorata dallo stesso figlio, non ha mai convinto gli abitanti della zona e venne probabilmente fornita al fine di far acquietare gli animi e permettere un po’ di tranquillità ai congiunti. Tuttavia numerose e contrastanti voci indicano il fuggitivo latitante nel continente americano.

Qualche decennio più tardi, precisamente nel 1943, alcuni abitanti della zona sostennero di aver incontrato un anziano signore aggirarsi tra i monti Cancervo e Venturosa, poco distante dalla contrada di Cespedosio. Ebbero un rapido scambio di battute, dal quale emerse la vera identità di Simone Pianetti, allora ultraottantenne, che si intrattenne in particolar modo con una coetanea, per poi sparire nuovamente nei boschi circostanti. La vox populi riporta inoltre che Nino Pianetti, nel frattempo trasferitosi nella città di Milano, confidò a conoscenti che il padre fosse effettivamente emigrato nelle Americhe per poi tornare con falsa identità in Italia, dove trascorrere gli anni della vecchiaia.

Il suo ultimo domicilio sarebbe stato presso l’abitazione milanese del figlio, dove si sarebbe spento nel 1952.

La figura di Pianetti è tutt’ora ricordata in gran parte dei paesi della valle Brembana come quella di un vendicatore, sovente indicato come raddrizzatore di torti, una sorta di eroe inafferrabile avverso ai poteri forti: prevale infatti l’aspetto “romantico” della vicenda, tralasciando il lato tragico e criminale.

Tant’è che la minaccia di “fare come Pianetti” (in dialetto bergamasco Fà de Pianetti) non lascia indifferenti nemmeno ai giorni nostri!

 

 

 

 

La parrocchia Santa Maria Assunta di Camerata Cornello, sede di due omicidi di Pianetti

 

 

Camerata Cornello_vista_Camerata, oggi.

 

 

L’affissione recante la taglia posta su Simone Pianetti

 

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