Accadde oggi, 10 gennaio 49 a.C.: “Il dado è tratto!” e Cesare passa il Rubicone

 

Mai passaggio di fiume fu tanto ricordato dalla Storia di cui Cesare è un gigante!

 

di Daniele Vanni

 

Il Rubiconeè un piccolo fiume a regime torrentizio dell’Italia settentrionale, 320 km a nord di Roma, che scorre nella provincia di Forlì-Cesena ed incontra la via Emilia all’altezza di Savignano sul Rubiconeper poi sfociare nel mar Adriatico poco a sud di Cesenatico. Sembra che il nome derivi dal colore delle acque che, attraversando territori argillosi, si tingevano di rubino, di rosso.

Ma se Svetonio (forse errando nelle trascrizione) non avesse tramandato la frase di Cesare nel passaggio di questo fiumicello, che stava però a rappresentare i confini di Roma, nessuno o quasi ne conoscerebbe l’esistenza!

 

In epoca romana segnò per un periodo (epoca tardo – repubblicana, tra il 59 a.C. ed il 42 a.C.) il confine tra l’Italia, considerata parte integrale del territorio di Roma, e la provincia della Gallia Cisalpinaed era quindi vietato ai generali di passarlo in armi. L’episodio storico, cui il nome del fiume è legato, vede protagonista Gaio Giulio Cesare al termine delle Guerre Galliche (58 a.C. – 51 a.C.). Nel tardo autunno del 50 a.C., il Senato romano ordinò a Cesare di congedare l’esercito, di rimettere i poteri della Gallia Cisalpina (l’Italia settentrionale, all’epoca formalmente ancora una provincia, nella quale Cesare reclutò gran parte delle sue legioni) e di recarsi a Roma.

 

Cesare, intuendo il complotto ai suoi danni, che il senato stava ordendo, ovvero di metter fuori legge il partito dei populares che egli rappresentava, e temendo per la sua stessa vita, rifiutò, rimanendo accampato nella provincia che gli era stata assegnata, non distante dalla odierna Cervia. L’esercito, fedele a Cesare perché da lui dipendeva il pagamento delle sue spettanze, rimase compatto agli ordini del generale. Solo il suo vice, Tito Labieno, disertò e si schierò con la Repubblica romana. Per sicurezza, Cesare fece presidiare la riva settentrionale del Rubicone, ma non correva sostanziali pericoli, in quanto, in Italia, il senato poteva schierare due sole legioni.

 

Cesare lo attraversò nelle prime ore, del 10 gennaio 49 a.C.alla testa del suo esercito, composto dalla XII.a Legione (per un totale di circa 5.000 uomini e 300 Cavalieri), al ritorno dalla Gallia, ed essendo penetrato in armi nel territorio di Roma, manifestò in tal modo la sua ribellione allo stato romano: secondo il racconto di Svetonio, prima di risolversi a questo passo sembra che abbia esitato e infine abbia preso la sua decisione esclamando alea iacta est (“il dado è tratto”, lett. “il dado è gettato”) secondo la tradizione. È più probabile che abbia pronunciato in latino un antico proverbio greco “alea iacta esto” (“il dado sia tratto”). Quest’ultima infatti, è una lectio difficilior potior.

Io credo che l’alea iacta, sia l’antenato del francese: Rien ne va plus, les jeux sont faits – espressione in francese (letteralmente “nulla è più valido, i giochi (ormai) sono fatti”), utilizzata dal croupier nel gioco della roulette per segnalare ai giocatori il momento dopo il quale, essendo già in movimento la pallina, non è più possibile posizionare le fiche sul tavolo da gioco. È entrato nel linguaggio comune per indicare che, ormai, quel che è stato fatto è stato fatto e non c’è più niente da fare. Ma anche che, come la pallina che gira determinerà la vincita, saranno gli eventi successivi a determinare il futuro in gioco.

Questa era la posizione del “giocatore” Cesare, che con il primo e secondo triumvirato aveva cercato di non precipitare Roma in una guerra civile ancora più aspra di quella che la dilaniava almeno dal 120 a.C.: il Senato (quel che restava della classe senatoriale e delle antiche originarie famiglie che tra un secolo e mezzo saranno completamente spazzati via dalla storia, da assassinii, battaglie, veleni e ostracizzazioni selvagge) non capendo la fase storica, cincischiava in complotti e contro-complotti e congiure…così aveva messo in un angolo, il “croupier” Cesare che dopo ore di riflessioni capi che: “il gioco ormai era fatto!”.

 

Controversia

 

La controversia, di origine secolare, riguarda l’identificazione del corso d’acqua effettivamente attraversato da Giulio Cesare, diretto a Roma con le sue truppe, in violazione al divieto di varcare il limite entro il quale non era consentito portare eserciti.

Il Pisciatello e il Rubicone, ufficialmente riconosciuto, possono essere confusi facilmente, in quanto le loro sorgenti hanno origine nella stessa area collinare e precisamente a Strigara, nel territorio comunale di Sogliano al Rubicone. Da qui, i fiumi scendono ciascuno in valli parallele, per sfociare al livello del mare nella zona di Gatteo.

Il Pisciatello, chiamato anche Urgòn, in antiche carte (parola in dialetto romagnolo che sarebbe da mettere in relazione a Rubicone), confluisce in prossimità del mare nella Rigossa e nel Fiumicino, formando un’unica foce.

 

Va detto che il Rubicone avrebbe mutato diverse volte il suo corso, per cause naturali e per questo motivo non è oggi possibile affermare quale sia il “vero” Rubicone attraversato da Cesare.

Secondo un’ipotesi, straripamenti e piene infatti avrebbero modificato presso la frazione di Calisese l’alveo dell’attuale Urgòn, portandolo a confluire nel Pisciatello, e il vecchio letto del Rubicone sarebbe stato ribattezzato Rigoncello.

Non vi è certezza che Cesare abbia oltrepassato il Rigoncello, l’attuale Pisciatello, ovvero l’attuale Rubicone, che scorre a Savignano e che un tempo si chiamava Fiumicino.

A tutt’oggi non si è ancora venuti a capo della controversia sulla reale identificazione del fiume, e diversi paesi della provincia di Forlì-Cesena ne reclamano la paternità, in base a prove e documenti di diversa entità.

 

Ad esempio, fonti medioevali, reperibili presso l’Archivio Arcivescovile di Ravenna, indicherebbero come l’originario Rubicone quello che oggi le carte chiamano Pisciatello, in base all’ipotesi che il toponimo della pieve Sancti Martini in Robigo, documentata intorno all’anno 1000 a Calisese, sia da riferire al nome Rubicone. A sostegno dell’attuale identificazione con il Fiumicino vi è invece, oltre all’abbondanza di reperti archeologici di epoca repubblicana in corrispondenza dell’abitato del Compito, a testimoniare l’esistenza di un centro abitato, l’evidenza che il tracciato del corso d’acqua è preso come riferimento dell’andamento delle maglie centuriate circostanti. Inoltre la presenza dello storico ponte romano a Savignano sul Rubicone proprio sul fiume Rubicone, sono una ulteriore prova nell’identificazione del tracciato. L’attuale Savignano sul Rubicone si chiamava Savignano di Romagna fino al 1933 quando Benito Mussolini, per sanare questa secolare diatriba, decretò che l’allora Fiumicino era da ritenersi il vero Rubicone.

 

Credo che per far pari tutti e con approssimazione storica, si potrebbe prendere per buono il passaggio del Ponte romano di Savignano (forse risalente al primo periodo imperiale e distrutto nell’ultima guerra e ricostruito così così, ma che aveva un antenato del 187 a.C.) o addirittura il bellissimo ponte romano sul Marecchia a Rimini.

Il fatto è che poco dopo, al di là del fiume della Storia, Giulio Cesare era passato decisamente dall’altra parte, quella dell’immortalità!

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