Accadde oggi, 10 Febbraio 1947: il vergognoso Trattato di Parigi, l’esodo degli Istriani e Dalmati, le Foibe

 

Una tragedia, nella tragedia: fu quella delle popolazioni istriane, dalmate, di Fiume, Zara e di Pola, territori da secoli in mano di Venezia ed italiani, costretti ad un esodo immane, dopo gli infoibamenti e le rappresaglie dei partigiani di Tito.

 

diDaniele Vanni

 

Avevamo perso la guerra, nonostante il camuffamento dell’Armistizio, la fuga del coraggioso Re, e quindi era giusto che pagassimo pegno. Come non chiederlo ad un Paese di analfabeti e semianalfabeti, quasi completamente agricolo, che si mette a fare la guerra alle superpotenze coloniali ed industriali del mondo? Buttandola sul ridicolo, ci sarebbe da chiedere come mai e perché Hitler e i Giapponesi ci avessero presi come “alleati” ed in cambio di quale appoggio, militare, industriale, coloniale, di prestigio….??

Ma un’altra riflessione ci sarebbe da fare: perché, nell’altro trattato di Versailles, quando eravamo usciti da una guerra mondiale, come “vincitori” non ci avevano dato tutta l’Istria, la Croazia e le isole richieste?? Forse perché, in effetti avevamo perso anche quella guerra? con l’unico fronte che aveva veramente ceduto, nel 1917 a Caporetto, era stato quello italiano, quello nostro e Tedeschi ed Austriaci non erano arrivati come Lanzechinecchi fino a Roma, perché sfiniti, affamati da Russi, Inglesi, Francesi e, soprattutto, dalla gigantesca entrata degli USA!! Altro che Piave!!

 

Se vi chiedessi cosa accomuna il Ministro della Sanità Lorenzin, con l’ex numero uno della ex Fiat Marchionne, piuttosto che gli ex atleti come Nino Benvenuti o Abdon Panich vincitore della marcia alle Olimpiadi di Roma, o le attrici che purtroppo non sono più con noi, Alida Valli o Laura Antonelli, o cantanti come Wilma Goich o Sergio Endrigo, forse in molti sarebbero perplessi. Ma a Lucca saprebbero rispondere se ci aggiungessi il nome dell’ex Campione del Mondo di F1 Mario Andretti, tornato nella sua città, trionfalmente, dove iniziò a guidare da meccanico le macchine della rimessa dove lavorava come garzone in Piazza del Collegio un paio di anni fa, in diversi mi saprebbero rispondere. Perchè Lucca seppe rispondere in maniera eccezionale, nell’accogliere e ospitare ed integrare tanti profughi istriani che giunsero nella stazione, dove già in molti dai primissimi minuti si attivarono  con pasti caldi, coperte, viveri!

Lucca lo ospitò, e due anni fa gli consegnò la cittadinanza onoraria, assieme a tanti altri profughi giunti alla stazione di Lucca, dall’Istria, dalla Dalmazia e da Fiume.

Ed io, con commozione, non solo verso il fenomeno istriano,  ma perchè ex modesto corridore di moto, adoro la F1 e tutti i motori (di una volta) lo intervistai e mi sembrava di essere in prima fila ad Imola!!

E Lucca, con loro fu davvero solidale! Un ristoratore organizzò un trasporto di pasti per queste persone arrivate spaesate da una terra, considerata a ragione italiana da secoli! con la paura di chi lascia tutto per l’ignoto! Ammirati da quelle Mura maestose, all’interno delle quali moltissimi s’integrarono, trovando una seconda patria!

 

 

E tutti i personaggi che ho citati, – ma l’elenco sarebbe lunghissimo, con stilisti come Missoni, scrittori come Enzo Bettiza, politici come Leo Valiani…- tutti furono profughi istriani o discendenti da esuli delle zone che l’Italia dovette cedere alla Yugoslavia di Tito, dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale.

 

Così il 10 Febbraio, giorno del Trattato di Parigi che stabilì queste ingiuste divisioni, è diventato il Giorno del Ricordo,una solennità civile nazionale italiana, istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92 essa vuole conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

 

Al Giorno del ricordo è associato il rilascio di una medaglia commemorativa destinata ai parenti delle persone soppresse e infoibate in Istria, a Fiume, in Dalmazia o nelle province dell’attuale confine orientale dall’8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947

 

La data prescelta è il giorno in cui, nel 1947, fu firmato il trattato di pace che assegnava alla Jugoslavia l’Istria e la maggior parte della Venezia Giulia.

 

In seguito all’invasione della Jugoslavia, iniziata il 6 aprile 1941 dalle potenze dell’Asse, come reazione al colpo di Stato contro il reggente, principe Paolo Karageorgevic, già alleato dell’Asse, appoggiata da forze interne alla Jugoslavia, come gli Ustascia croati, vennero ridisegnati i confini della zona.

Il Regno di Jugoslavia, già fortemente diviso all’interno da conflitti etnici e sociali, fu smembrato e diviso tra Stato Indipendente di Croazia, Montenegro, Germania, Ungheria e Italia, che ottenne la parte sud-occidentale della Slovenia, la parte nord-occidentale della Banovina di Croazia, parte della Dalmazia) e le Bocche di Cattaro.

Già nel 1941 comparvero i primi movimenti di resistenza, fra i quali cominciarono presto profonde divisioni causate dalle differenti etnie e ideologie politiche. Si originarono così feroci guerre civili, tra serbi e croati, tra comunisti e monarchici, ecc., con la creazione di diverse milizie a volte ferocemente rivali (comunisti, cetnici, ustascia, domobranci, belogardisti, ecc.).

 

Contro l’occupazione italiana, fu attivo un movimento guidato in un primo tempo dall’OF sloveno (Fronte di liberazione, di dirigenza comunista) che operò anche nella zona di Trieste; a tale movimento aderirono anche, dopo il 1943, molti antifascisti italiani.

 

La risposta dell’esercito italiano fu la costituzione di un tribunale militare, che comminò numerose condanne a morte, nonché l’organizzazione di campi d’internamento e di concentramento in cui vennero deportati partigiani e civili slavi. Inoltre si eseguirono operazioni di rappresaglia con incendi di villaggi e fucilazioni sul posto, anche e non solo a seguito di uccisioni di militari italiani.

 

Non va sottaciuto che durante la seconda guerra mondiale atti discutibili ed esecrabili vennero compiuti dall’esercito italiano.

 

Come nel resto dell’Italia, e nei territori da questa controllati, l’8 settembre 1943, in conseguenza dell’armistizio, l’esercito italiano si trovò allo sbando a causa della mancanza di ordini e di direzione. Fin dal 9 settembre le truppe tedesche assunsero il controllo di Trieste e successivamente di Pola e di Fiume, lasciando momentaneamente sguarnito il resto della Venezia Giulia, per circa un mese.

 

Una piccola parte dei militari italiani stanziati in Jugoslavia passò tra le file della resistenza, dando corpo alle divisioni partigiane Garibaldi e Italia, inquadrate nell’Armata Popolare Jugoslava, controllata dal maresciallo Tito, sino al loro scioglimento e al rimpatrio dei pochi superstiti sopravvissuti ai combattimenti e alle successive eliminazioni ad opera dei titini (che usarono le maniere spicce per liberarsi degli scomodi ex-alleati), nel 1945. Il IX Corpus Sloveno, inquadrato nella IV Armata jugoslava e forte di 50.000 uomini, attraversò le Alpi Giulie per dilagare nel Carso e nell’Istria, puntando su Gorizia, Trieste, Pola, Fiume.

 

In questo lasso di tempo, mancando un controllo militare, si registrarono i primi casi di rappresaglia da parte dell’elemento slavo nei confronti degli italiani, che rappresentavano il potere politico e militare (gerarchi, podestà, membri della polizia, ma anche impiegati civili della Questura) nonché alcuni esponenti della borghesia mercantile e gli operatori commerciali: queste azioni consistevano in omicidi, infoibamenti e altri generi di violenze.

Alcuni storici hanno voluto vedere in questi atti, quasi tutti verificatisi nell’Istria meridionale (oggi croata), una sorta di jacquerie, quindi di rivolta spontanea delle popolazioni rurali, in parte slave, come vendetta per i torti subiti durante il periodo fascista; altri, invece, hanno interpretato il fenomeno come un inizio di pulizia etnica nei confronti della popolazione italiana.Comunque queste azioni furono un preludio all’azione svolta in seguito dall’armata jugoslava.

 

La prima fase dell’esodo si verificò dopo i primi casi di infoibamenti per vendetta, poiché molti funzionari e collaboratori del regime fascista pensarono bene di allontanarsi il più possibile: questo fu il cosiddetto esodo nero, considerando il colore simbolico del fascismo.

 

« Con la fine della guerra a questi si aggiunsero gli appartenenti alle unità fasciste che avevano operato agli ordini dei nazisti, soprattutto ufficiali, e il personale politico fascista che aveva collaborato con i nazisti… La borghesia italiana se ne andò… in quanto la trasformazione socialista della società presupponeva la sua espropriazione… numerosi anche coloro che erano arrivati in Istria dopo il 1918 al servizio dello Stato italiano e che seguirono questo Stato (ovvero l’impiego) quando dovette abbandonare la regione »

(Sandi Volk, Esuli a Trieste)

Dopo l’armistizio di Cassibile, il 10 settembre del 1943 la Wehrmacht occupò Zara. Il comando militare della città fu assunto dal comandante della 114ª Jäger-Division Karl Eglseer – l’amministrazione civile fu invece formalmente assegnata alla Repubblica Sociale Italiana costituitasi il 23 settembre 1943.

L’Istria, assieme al restante territorio giuliano, venne occupato dalle truppe germaniche con l’operazione Wolkenbruch (“Nubifragio”), impiegando tre divisioni corazzate SS e due divisioni di fanteria (una delle quali turkmena), che respinsero il IX Corpus infliggendogli perdite pari a circa 15.000 effettivi e distruggendo gli abitati utilizzati dagli jugoslavi come basi di appoggio; l’operazione, iniziata nella notte del 2 ottobre 1943, sotto il comando del generale delle SS Paul Hausser, si concluse, il 15 ottobre 1943, consentendo agli Italiani, nel frattempo in fase di riorganizzazione dopo l’8 settembre, di ispezionare almeno parte dei siti nei quali erano stati infoibati i connazionali. Le forze di occupazione tedesche inclusero l’intera area giuliana nella Zona d’operazioni del Litorale adriatico, considerata dai tedeschi parte integrante del “Terzo Reich”, quindi non più sottoposta al controllo italiano; la Venezia Tridentina e la provincia di Belluno costituirono invece la Zona d’operazioni delle Prealpi;

Il comandante militare della regione, Ludwig Kübler avviò una lotta crudele e senza quartiere alla resistenza partigiana, affiancato anche da varie formazioni collaborazioniste italiane, tra cui due reparti regolari dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana (Battaglione Bersaglieri Mussolini e Reggimento Alpini Tagliamento), la Milizia Difesa Territoriale (il nuovo nome voluto da Rainer per la Guardia Nazionale Repubblicana nell’OZAK), le Brigate nere, la Polizia di Pubblica Sicurezza (di cui fece parte la famigerata Banda Collotti), la Guardia Civica, i battaglioni italiani volontari di polizia.

 

Il 31 ottobre 1944 la città di Zara, che nel frattempo era stata distrutta da ben 54 bombardamenti aerei alleati promossi da Tito e che uccisero circa 2.000 persone, superata anche l’estrema resistenza strenuamente opposta dalla compagnia “d’Annunzio” della X MAS, fu conquistata dall’armata partigiana jugoslava e nuovamente si ripeterono rappresaglie verso gli italiani considerati occupanti e collaboratori dei tedeschi. Un numero imprecisato di italiani venne arrestato e poi annegato in mare!

Tali episodi vengono considerati tra i primi veri e propri eccidi delle foibe.

 

Tra la fine di aprile e i primi di maggio del 1945 l’Istria, grazie allo sforzo congiunto della resistenza locale (sia slava che italiana), fu liberata dall’occupazione tedesca dall’armata jugoslava di Tito. In primavera i partigiani jugoslavi puntarono direttamente verso Trieste, Gorizia per raggiungerle prima degli Alleati, conquistando le due città giuliane il 1º maggio; Fiume e Pola furono conquistate rispettivamente il 3 maggio e il 5 maggio 1945. L’obiettivo era di vincere la Corsa per Trieste, conquistando il maggior territorio possibile onde imporre una situazione di fatto agli Alleati. Infatti, dopo la conquista di Trieste, Pola, Fiume, Gorizia e degli altri centri del Quarnaro, dell’Istria, del Carso e dell’Isontino ebbe inizio una seconda persecuzione (con migliaia di infoibamenti) che mirava a terrorizzare, per indurre i cittadini di sentimento pro-italiano all’esodo, in tal modo favorendo le mire jugoslave per i nuovi confini con l’Italia.

 

Nel giugno 1945 però Gorizia, Trieste e Pola furono sgomberate dalle forze di Tito e poste sotto il controllo delle truppe angloamericane che avevano varcato l’Isonzo il 3 maggio. Si concluse così la cosiddetta crisi di Trieste; Fiume, invece, restò definitivamente sotto il controllo jugoslavo.

 

Le foibe e l’inizio dell’esodo

 

L’arrivo, nella primavera del 1945, delle forze jugoslave preluse a una nuova fase d’infoibamenti: furono eliminati, non soltanto militari della RSI, poliziotti, impiegati civili e funzionari statali, ma, in modo almeno apparentemente indiscriminato (e cioè lucidamente terroristico) civili di ogni categoria, e furono uccisi o internati in campi tutti coloro che avrebbero potuto opporsi alle rivendicazioni jugoslave sulla Venezia Giulia compresi membri del movimento antifascista italiano.

Tali azioni spinsero la maggior parte della popolazione di lingua italiana a lasciare la regione nell’immediato dopoguerra.

L’esodo era comunque già iniziato prima della fine della guerra per diversi motivi che andavano dal terrore sistematico provocato dai massacri delle foibe, annegamenti, deportazioni dei civili italiani in campi di sterminio operato dalle forze di occupazione jugoslave, al timore di vivere sottomessi alla dittatura comunista in terre non più italiane. Indubbiamente gli italiani erano esposti a violenze e rappresaglie da parte delle autorità jugoslave ma in quel periodo, ossia subito dopo l’8 settembre 1943, non era chiara quale fosse la priorità per Tito e i suoi seguaci: priorità nazionalistica per una pulizia etnica, priorità politica ossia contro gli oppositori anticomunisti, priorità ideologica ossia contro i reazionari, priorità sociale ossia contro i borghesi. Si consideri che nella prima metà del 1946 il Bollettino Ufficiale jugoslavo pubblicò ordinanze secondo le quali si conferiva al Comitato Popolare locale il diritto di disporre delle case e di cederle ai cittadini croati; si sequestravano tutti i beni del nemico e degli assenti; si considerava nemico e fascista, quindi da epurare, chiunque si opponesse al passaggio dell’Istria alla Jugoslavia.[6]

 

Come strumento di eliminazione e di occultamento dei cadaveri gli Jugoslavi usarono, specialmente in Dalmazia e nel Quarnaro, anche il mare.

 

L’esodo dalla Dalmazia

 

Storia a parte fa l’esodo da Zara.

La città, capoluogo amministrativo del Governatorato della Dalmazia, occupata dai tedeschi due giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, fu colpita dal 2 novembre 1943 al 31 ottobre del 1944 da 54 bombardamenti compiuti dalle forze aree anglo-americane, che sganciarono sulla città oltre 520 tonnellate di bombe. I bombardamenti indussero i tedeschi ad abbandonare la città già nell’ottobre del 1944, ma provocarono anche la morte di circa 2.000 abitanti e l’abbandono della città da parte di circa il 75% della popolazione. Alle uccisioni seguite alla conquista dei partigiani jugoslavi, si accompagnò anni dopo – nel pieno della questione di Trieste nel 1953 – la chiusura dell’ultima scuola italiana e il trasferimento forzato degli studenti nelle scuole croate, che costrinse gli ultimi italiani rimasti a Zara ad esodare o ad assimilarsi con la maggioranza. Anche Spalato, città della Dalmazia invasa e annessa dall’Italia nel 1941, che contava circa 1.000 italiani autoctoni, al termine della guerra subì le vendette partigiane: vennero uccisi 134 italiani fra agenti di pubblica sicurezza, carabinieri, guardie carcerarie ma anche civili come Giovanni Soglian, originario di Cittavecchia di Lesina e al tempo Provveditore agli Studi della Dalmazia. Altre famiglie italiane di Spalato scelsero l’esodo e partirono via mare. Fra di essi, il giovane Enzo Bettiza[7].

A partire dal maggio del 1945 iniziò l’esodo massiccio degli Italiani da Fiume e dall’Istria.

 

« Da Fiume se ne andarono, nel periodo 1946-1954, oltre 30.000 abitanti. Le ragioni di un esodo così massiccio furono di diversa natura… Si ricorda Bastianuti Diego, Storia del nostro esodo: “La mia famiglia, come tante altre, optò per l’Italia nel 1947 a Fiume, subito dopo riuscimmo a lasciare la nostra città…” »

(Boris Gombač, Atlante storico dell’Adriatico orientale, op. cit.)

L’esodo da Pola[modifica | modifica wikitesto]

« Ricordo il suono dei martelli che battevano sui chiodi, il camion che trasportava la camera da letto di zia Regina al molo Carbon, avanzando tra edifici mortalmente pallidi di paura, e tutti gli imballaggi che si infradiciavano nella neve e nella pioggia. La grande nave partiva due volte al mese, dai camini il fumo saliva al cielo come incenso e insinuava negli animi il tormento sottile dell’incertezza e l’ombra dell’inquietudine; ognuno si sentiva sempre più depresso dall’aria di disgrazia che aleggiava sugli amici che si incontravano per strada. Via via il “Toscana” aveva infornato tutti i polesani… »

(Nelida Milani)

Prima pagina dell’Arena di Pola uscito il 4 luglio 1946

 

Un caso particolare fu quello di Pola. Il 9 giugno 1945 venne firmato a Belgrado un accordo tra gli alleati e gli Jugoslavi, nelle persone rispettivamente del generale Harold Alexander e il maresciallo Josip Broz Tito che, in attesa delle decisioni del trattato di pace, divise la regione secondo il tracciato della cosiddetta Linea Morgan. Tale linea poneva sotto l’amministrazione alleata un territorio leggermente più esteso dei confini attuali dell’Italia ma che comprendeva anche l’exclave della città di Pola. Il resto della Venezia Giulia e dell’Istria era lasciata all’amministrazione jugoslava.

Le notizie trapelate a maggio del 1946 in merito all’orientamento delle grandi potenze riunite a Parigi a favore della cosiddetta linea francese – che assegnava Pola alla Jugoslavia – rappresentarono un fulmine a ciel sereno: in città si era infatti convinti che il compromesso sarebbe stato raggiunto sulla linea americana o sulla linea inglese, che avrebbero lasciato la città all’Italia.

 

Il 3 luglio si costituì il “Comitato Esodo di Pola”. Il giorno successivo “L’Arena di Pola” titolò a piena pagina: “O l’Italia o l’esilio”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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