A 20 anni dalla scomparsa di Fabrizio De Andrè

 

 

Quaranta da quel memorabile concerto del Gennaio 1979, al Teatro Tenda di Firenze, quando scrissi, con grande rammarico: “La fine di un Mito”

 

 

di Daniele Vanni

 

 

 

Quando gli telefonai per fare un’intervista, mi tremava la voce. Tutte le sere, dalla IV° Ginnasio in poi, era raro che mi fossi addormentato senza le sue canzoni.

Me le aveva fatte ascoltare già un paio d’anni prima, alle Medie, la professoressa Eny Pellegrini. Che da Lucca aveva risalito la valle, portando con sé oltre intelligenza e simpatia, idee per me straordinariamente nuove! e che con un Lesa impiegava l’ora di Latino per parlarci in anticipo di un ’68 al quale mancava davvero poco, a conferma delle denunce che ascoltavo nei Suoi dischi, con un’etichetta viola, credo.

 

Così quando arrivai al Classico (ero uno dei più poveri di tutta la classe!) trovai che i miei compagni le mamme delle quali facevano il bridge il giorno con le prof che la mattina mi insegnavano, sullo stesso piano Greco e Rivoluzione, Annibal Caro e, Vittorini, Croce e Mao Tse Tung! ero naturalmente tra i meno preparati.

 

Loro, i ricchi, i benestanti che giocavano, un po’ come De Andrè ad essere sempre, non al Lupo Bianco all’Abetone o ai bagni del Forte, in direzione ostinata e contraria,sapevano già un bel po’ di sintassi e declinazioni di quelle due lingue “ morte”. Mi salvai con un po’ di De Andrè che mettevo nei temi. La Prof credeva di avermi già tra i suoi proseliti, ma io non lo facevo per compiacerla, solo perché, da ingenuo come voglio morire, ci credevo davvero!

 

Ed ora lo avevo dall’altra parte del filo e per me era un po’ come scambiare due vedute con Dio.

Lui mi disse, devo dire con pacatezza genovese, ma anche con dolcezza, che i miti non vanno mai incontrati, perché, a conoscerli, di persona, si svalutano sempre.

Pensai che era una risposta al suo livello, cioè di un grande letterato, meno di un rivoluzionario pratico alla Che Guevara! e rinunciai, d’accordo con Lui, all’intervista. Gli dissi che gli avrei fatto un cenno e così feci. Ero in prima fila, in quel Gennaio del 1979,  al Teatro Tenda davanti alla Rai, dove i giornalisti avevano e non ho mai capito perché se non in età avanzata uno stipendio molto superiore a tutti gli altri colleghi tanto che il librettino dell’Ordine che avevo ricevuto da poco, con spreco di stampa e di carta era redatto a due colori, perché  due erano le retribuzioni: quelle di noi mortali e quelli della RAI che poi dovevo ritrovare in  massa all’Esame di Stato: io ero lì perché volevo sulla mia tomba fosse scritto: Giornalista Professionista. La maggioranza di loro, perché raddoppiava lo stipendio. E pensavo che tra me e quelli della RAI, la distanza di retribuzione era proporzionalmente uguale tra quello che prendeva mio padre, meccanico in cartiera e quello di Fabrizio.

Io prendevo, e quando mi fecero il “contratto” feci tutta la città di corsa! 36.000 mila lire a “La Nazione” per sei pezzi il mese e se ne facevo trenta erano…. 36.000 mila lire…a fattura naturalmente.

Ma ora non importava perché io che dovevo essere già lontano dalla rivolta puberale, ero invece così vicino a Lui! Tanto vicino che sono anche sulla copertina (invero un po’ brutta, anche se “storica”) dell’LP, registrato quel giorno e poi a Bologna. Dove non andai, perché avevo visto e sentito abbastanza!

 

Ero così vicino a quella Voce della mia fanciullezza e a quel Ciuffo che voleva essere ribelle ad ogni costo, ma in fondo era ondulato al punto giusto, da poter raccattare le Sue sigarette che conservo ancora e sempre in una teca! Sperando che un giorno una macchina possa dal suo DNA speciale ricreare un tale Cantore di una realtà che non è certo migliorata e a me sembra vicina ad un Naufragio della London Valour!

 

A volte ne accendeva anche tre in sequenza scordandosi delle altre.

Io non mi scordavo delle sere in cui mi addormentavo: io e Lui e la Rivoluzione! ma mi sentivo sempre più a disagio. Tanto che a stento rimasi per tutto il concerto dal quale uscii in confusione…

Adesso, con la Premiata Forneria Marconi che pure suonava bene,  anche assai bene pur non pretendendo di arrivare ai suoni inglesi o d’Oltreoceano, e le vendite erano lì a testimoniarlo…dovevo scrivere un pezzo con tanto di foto e mandarlo a Roma! Ma come fare a scrivere che Lui non era più Lui??!!

A malincuore, soffrendo una settimana per scrivere e riscrivere buttare fogli nella mia cameretta fiorentina e spaccando un paio di vasetti d’inchiostro perché il Machiavelli con le sue false e ridicole rivoluzioni mi aveva  costretto a scrivere tutta la vita con le Pelikan che preferisco alle Montblanc! riuscì a mandare il mio pezzo alla rivista romana che mi aveva fatto un primo contratto, un po’ più sostanzioso…Così che a volte mi permettevo una pensioncina. Ma a volte dormivo in una cabina telefonica di Stazione Termini.

E lo stroncai e titolai: “La fine di un Mito! “.

Quando l’epica faceva integralmente parte della vita spirituale, politica, anche Omero cantava i suoi poemi, come i cori accompagnavano le tragedie negli anfiteatri che non erano semplice spettacolo né intrattenimento ma ravvedimento, resipiscenza per tornare nuovamente e più carichi, più consapevoli ed integrati alla vita ed all’epos della polis.

Quando si volle fare del semplice spettacolo con il melodramma, si perse il gusto della parola, calcando la mano sula musica che smuove senza far capire perché, approdando a libretti sinceramente squallidi, (e pensavo al mio concittadino Puccini che al mondo ci stava proprio da gaudente e non voleva certo cambiarlo come Faber!!) perché essendo semplice spettacolo, bisognava sì emozionare il pubblico, ma per fargli trascorrere piacevolmente un paio d’ore che poi lo rendevano non più saggio di prima.

E avevo visto lontano…anche se c’era ancora il fermento ed il rigurgito del 1977 e gli Anni di Piombo che Lui aveva prima esaltato, per poi stroncarli, con il Bombarolo che getta la bomba su un’edicola di Piazza di Montecitorio

Già, ripensavo tante volte a “Storia di un impiegato” io che adesso per raccattare qualcosa vendevo me e le mie idee che avevo mutuato da LUI, per fare il portaborse e frequentavo Piazza Montecitorio e la politica. Scrivendo per tutti. Non m’importava più il colore!

Anche perchè non ero nato figlio dell’ex Sindaco di Genova ed ex Presidente di Eridania!

Già: l’Eridania! che di lì a poco, insomma: una quindicina d’anni, quando ero approdato all’ufficio stampa di Di Pietro, dovevo ritrovare con i Ferruzzi, Raoul Gardini, la Luna che era l’unica cosa in Italia, rimasta…  Rossa, e strani suicidi… e  Mani Pulite…quanto sapone ci vorrebbe!!)

 

E tutto era cambiato, almeno dal punto di vista musicale o di colonna sonora di un’esistenza, sotto quel tendone, credo verde e giallo sul Lungarno di Firenze,

No, non mi ci trovavo più. Qualcosa si era rotto in me.

 

E qualcosa fra me ed il mio Mito, che adesso, – dopo che il suo amico Paolo Villaggio (con cui andava a Cortina d’Ampezzo ogni anno in vacanza) lo aveva costretto a salire, per forza, sul palco della Bussola, dato che Fantozzi era salito e…sceso con il Prof. Franz! da quello di Studio Uno… e Dori Ghezzi lo avrebbe portato in Sardegna…. – lo vedevo, era evidente, a pochi metri da me! stava diventando un fenomeno di massa, un cult non delle idee, ma commerciale!

E presto sarebbero arrivate le uscite in edicola a dispense…

Ed io che lo consideravo il più grande Poeta del ‘900 italiano, avevo anche preparato un’edizione di critica letteraria per le scuole…ma Dori Ghezzi che incontrai tantissimo tempo dopo, mi disse che se ne stava occupando l’Università di Siena.

 

Dovevo riconoscere che moriva il “rivoluzionario”(non so cosa voglia dire: anarchico individualista, come spesso insulsamente è definito per le sue comparsate tra gli Anarchici di Massa… mi sembra di parlare dell’acqua calda che non ho mai capito perché bolle!! non è ogni uomo anarchico, perché vorrebbe fare come gli pare ed individualista perché mosso dal proprio invincibile egoismo??) e nasceva però un musicista, perché “svincolato” ora dalle idee, avrebbe fatto pezzi memorabili, anche in dialetto, inarrivabile quando descriveva con affetto infinito un Trans brasiliano o con schiettezza partenopea il Capo della Camorra tanto che Cutolo gli aveva inviato una lettera che non ebbe risposta. E nessuno avrebbe poi spiegato veramente cosa voleva dire con: “che crema d’Arabia è chisto caffè”!

Fabrizio era stato sul punto di una vera “rottura” sociale e non individuale (che portò avanti con coerenza spaventosa con fumo alcol (che smise quando glielo chiese in punto di morte il padre! e qualcosa di più) con certe simpatie per le BR, cui seguirono anche indagini che naturalmente non portarono a nulla.

 

Ma, per me, uscito dalla mia stanzetta dove sognavo ed entrato in un concerto, sia pure in un teatro-tenda che poteva, anzi era: un circo! non era più Fabrizio De Andrè.

Quel menestrello francese di cui avevo parlato con Leo Ferrè, che spesso mi ospitava nel suo rifugio nel Chianti. E voleva che gli organizzassi un concerto in Piazza della Signoria!!Eravamo insieme a pranzo quando gli arrivò la notizia della morte di Brassens.

Quel ragazzo eternamente triste, quasi volesse essere così ad ogni costo, come un bambino-bene viziato, definito perlomeno impulsivo a volte dall’amico (così sodale che i loro figli, paradigma di questi due Grandi Vite, erano nati lo stesso giorno) di Pegli che raccattava i gatti che miagolavano sopra le macerie della guerra. E Genova ne aveva avute e ne avrebbe avute tante di altre “macerie” distrutta più dal cemento che dalle guerre…e lì vicino al suo luogo di nascita ci saranno quelle di Bolzaneto e poi quelle del Morandi…

 

11 Gennaio 1999. Quella notte ero partito presto. Non perché serva arrivare presto nella Capitale dove i ritmi sono quelli delle colonie fasciste, ma perché il tempo era davvero pessimo! Tanto che nevicava così fitto! quella mattina all’alba mentre andavo a Roma, su una lastra di ghiaccio.  Mi ero così disinteressato, volutamente, di Lui, che non sapevo neppure della sua malattia! E così la frustata del TG che si apriva con la Sua morte, mi fece quasi sbandare sul ghiaccio che si era fatto alto, sull’asfalto e dentro di me.

 

Mi accostai al guard rail, mentre i fiocchi colavano sui vetri e sulle mie guance, pensando a quelle sere con cui mi addormentavo con Bocca di Rosa, e le idee di un mondo migliore che non avremo mai più neppure sognato!

Da quel concerto di Firenze, avevo capito davvero che il Fabrizio ideale che non voleva andare in RAI e lo faceva con dei ragazzi (credo i Piccoli Cantori di Cornolli) e ripreso quasi sempre di spalle, era scomparso.

E adesso la Morte che tutto livella, come gli ideali l’esperienza, in questo mondo dove il vero esame è la vita non quello del Classico o di Stato che prima ti giudica e poi t’interroga, metteva davvero la parola: “Fine” a quella voce assieme alla quale avevo sperato e sognato un mondo da Girotondo!

 

 

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