Accadde Oggi, 12 Febbraio: 1944, l’affondamento del piroscafo Oria  e la morte di 4.000 soldati italiani prigionieri

 

 

di Daniele Vanni

 

Si tratta di uno dei peggiori disastri navali della storia dell’umanità, il peggiore del Mediterraneo, ma inspiegabilmente è stato come rimosso e pochissimi italiani conoscono questa storia drammatica. Questa tragedia immane, sulle coste della terra dove è nata la tragedia antica, con protagonisti, oltre 4000 soldati italiani affogati e neppure ricordati!

 

Oria

Proprietà    Fearnley & Eger

CostruttoriOsbourne, Graham & Co di Sunderland

Varata nel 1920

Destino finale      affondata Febbraio1944 presso Charakas Anatoliki Attiki/Grecia con oltre 4000 prigionieri di guerra Italiani a bordo

 

Caratteristiche generali:

 

Stazza lorda        2127 tsl

Lunghezza86,9 m

Larghezza         13,3 m

Velocità     10 nodi

 

L’Oria è stato un piroscafo norvegese affondato nella seconda guerra mondiale, provocando la morte di oltre 4000 prigionieri italiani.

 

La nave

 

L’Oria fu costruito nel 1920 nei cantieri Osbourne, Graham & Co di Sunderland. Era un piroscafo da carico norvegese, della stazza di 2127 tsl, di proprietà della compagnia di navigazione Fearnley & Eger di Oslo. All’inizio della seconda guerra mondiale fece parte di alcuni convogli inviati in Nord Africa, e fu lì, a Casablanca, che fu internato nel giugno del 1940, poco dopo l’occupazione tedesca della Norvegia. Un anno dopo la nave fu requisita dalla Francia di Vichy, ribattezzata Sainte Julienne e data in gestione alla Société Nationale d’Affrètements di Rouen; passò poi in Mediterraneo. Nel novembre del 1942 fu formalmente restituito al proprietario e perciò ribattezzato Oria; ma subito dopo fu affidato alla compagnia tedesca Mittelmeer Reederei GmbH di Amburgo.

 

Il naufragio

 

Nell’autunno del 1943, dopo la resa delle truppe italiane in Grecia, i tedeschi decisero di trasferire le decine di migliaia di prigionieri italiani via mare. Questi trasferimenti vennero effettuati usando spesso carrette del mare, stipando i prigionieri oltre ogni limite consentito, e senza nessuna norma di sicurezza. Diverse navi affondarono, per attacco degli Alleati o per incidente, con la morte di migliaia di prigionieri.

 

L’Oriafu tra le navi scelte per il trasporto dei prigionieri italiani.

 

L’11 febbraio del 1944 partì da Rodi diretto al Pireo, con a bordo 4046 prigionieri (43 ufficiali, 118 sottufficiali, 3885 soldati), 90 tedeschi di guardia o di passaggio, e l’equipaggio, ma l’indomani, colto da una tempesta, affondò presso Capo Sunio. Alcuni rimorchiatori, accorsi il giorno seguente, non poterono salvare che 21 italiani, 6 tedeschi ed un greco. Tutti gli altri persero la vita .

 

Capo Sunio è un promontorio situato sulla punta meridionale dell’Attica in Grecia, a circa 69 km da Atene.

 

Su di esso si trovano, in posizione suggestiva, i resti di un tempio greco dedicato a Poseidone, e di un secondo tempio dedicato ad Atena, di cui sono però conservate solo le fondazioni.

 

Secondo il mito sarebbe il luogo dal quale Egeo, re di Atene, si sarebbe gettato nel mare al quale venne dato il suo nome (mar Egeo). Il primo riferimento letterario è nell’Odissea di Omero: doppiando il capo, muore il nocchiero della nave di Menelao, e sulla spiaggia sottostante vengono tenuti i suoi funerali.

 

Il sito era frequentato sin dalla fine dell’VIII secolo a.C., come provano i rinvenimenti archeologici, ed Erodoto ci informa che nel VI secolo a.C. vi si teneva una processione, nella quale i capi ateniesi si recavano al promontorio via mare su una barca sacra.

 

La posizione panoramica a picco sul mare lo rese ben noto ai viaggiatori e fu visitato anche da lord Byron, che vi lasciò incisa la propria firma sulla base di una delle colonne.

La nave di 2000 tonnellate, varata nel 1920, requisita dai tedeschi, salpò l’11 febbraio 1944 da Rodi alle 17,40 per il Pireo. A bordo più di 4000 prigionieri italiani che si erano rifiutati di aderire al nazismo o alla RSI dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, 90 tedeschi di guardia o di passaggio e l’equipaggio norvegese.

 

L’indomani, 12 febbraio, colto da una tempesta, il piroscafo affondò presso Capo Sounion, a 25 miglia dalla destinazione finale, dopo essersi incagliato nei bassi fondali prospicienti l’isola di Patroklos (in Italia erroneamente nota col nome di isola di Goidano).

 

I soccorsi, ostacolati dalle pessime condizioni meteo, consentirono di salvare solo 37 italiani, 6 tedeschi, un greco, 5 uomini dell’equipaggio, incluso il comandante Bearne Rasmussen e il primo ufficiale di macchina.

 

L’Oria era stipata all’inverosimile, aveva anche un carico di bidoni di olio minerale e gomme da camion oltre ai nostri soldati che dovevano essere trasferiti come forza lavoro nei lager del Terzo Reich.

 

Su quella carretta del mare, che all’inizio della guerra faceva rotta col Nord Africa, gli italiani in divisa che dissero no a Hitler e Mussolini vennero trattati peggio degli ignavi danteschi nella palude dello Stige: non erano prigionieri di guerra, di conseguenza senza i benefici della Convenzione di Ginevra e dell’assistenza della Croce Rossa. Allo stesso tempo, poi, il loro sacrificio fu ignorato per decenni anche in patria.

 

Nel 1955 il relitto fu smembrato dai palombari greci per recuperare il ferro, mentre i cadaveri di circa 250 naufraghi, trascinati sulla costa dal fortunale e sepolti in fosse comuni, furono traslati, in seguito, nei piccoli cimiteri dei paesi della costa pugliese e, successivamente, nel Sacrario dei caduti d’Oltremare di Bari. I resti di tutti gli altri sono ancora là sotto.

 

La tragedia si consumò in pochi minuti ed è stata ignorata per decenni. Eppure si sapeva per filo e per segno come fossero andate le cose. Ci sono le testimonianze dei sopravvissuti, come quella del sergente di artiglieria Giuseppe Guarisco, che il 27 ottobre 1946 ha redatto di proprio pugno per la Direzione generale del ministero un resoconto lucido del naufragio:

 

Dopo l’urto della nave contro lo scoglio” scrive Guarisco, “venni gettato per terra e quando potei rialzarmi un’ondata fortissima mi spinse in un localetto situato a prua della nave, sullo stesso piano della coperta, la cui porta si chiuse. In detto locale c’era ancora la luce accesa e vidi che vi erano altri sei militari. Dopo poco la luce si spense e l’acqua iniziò ad entrare con maggior violenza. Salimmo in una specie di armadio per restare all’asciutto, di tanto in tanto mettevo un piede in basso per vedere il livello dell’acqua. Passammo la notte pregando col terrore che tutto si inabissasse in fondo al mare.

All’indomani, nel silenzio spettrale della tragedia, i sette riuscirono a smontare il vetro dell’oblò…Le ore passavano ma nessunoveniva in nostro soccorso (…)…la prua, era l’unica parte della nave rimasta fuori dall’acqua e che intorno non si vedeva nessuno all’infuori degli aerei che continuavano a incrociarsi nel cielo e ai quali faceva segnali. Poco dopo si accostò una barca con due marinai; essi dissero che erano italiani, dell’equipaggio di un rimorchiatore requisito dai tedeschi. Ci dissero di stare calmi che presto ci avrebbero liberati. Ma sopraggiunse l’oscurità e dovemmo passare un’altra nottata più tremenda forse della prima…”.

 

In tutte le isole dell’Egeo c’erano quasi 100mila militari italiani e a tutti venne offerta la possibilità di unirsi alle forze collaborazioniste della Rsi e con i tedeschi. Chi si rifiutava di collaborare diventava internato militare”. “Altri casi di navi cariche di militari italiani, affondate dagli alleati o per cause naturali – continua – sono il Donizetti (i cui caduti furono 1584), il Petrella (2670 morti) e la nave Sintra, in cui morirono oltre 2mila italiani. Ma quello dell’Oria è stato senz’altro il più grande naufragio di militari italiani”.

 

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