Il Santo del giorno, 18 Novembre: S. Frediano, che con un “rastrello” deviò il corso del fiume Serchio

 

“Rastrello” che io penso di aver individuato…

 

di Daniele Vanni

 

 

Frediano di Lucca(Irlanda, dopo il 500 – Lucca, 18 marzo 588) è stato un vescovo irlandese.

 

Santo del nord, ma con competenze idrauliche, con tutta probabilità romane e quindi anche etrusche, Vescovo di Lucca nell’epoca della calata dei Longobardi.Fu vescovo di Lucca dal 566 (data congetturale) alla sua morte. Nella successione dei vescovi di Lucca si colloca dopo Geminiano e prima di Valeriano.

Le fonti agiografiche ce lo descrivono come un monaco irlandese, figlio del re dell’Ulster Ultach (Ultonius), che in Gaelico, la lingua celtica, sta per “persona dell’Ulster.

 

Educato nei monasteri irlandesi, ordinato presbitero, decise di recarsi a Roma in pellegrinaggio.

Sulla via del ritorno decise di ritirarsi in eremitaggio in un anfratto nel Monte Pisano. Stesso monte scelto da San Paolino!

La sua fama di santità spinse i cittadini di Lucca, ad eleggerlo Vescovo tra il 560 e il 566.

Alcune fonti riferiscono di una lettera di Papa Giovanni II che lo spingeva ad accettare la carica. La notizia non è molto attendibile, poiché papa Giovanni II è morto nel 533; forse si tratta di papa Giovanni III, il Pontefice che era sul trono di Pietro, quando nel 568, all’inizio di aprile, calarono dalla Pannonia in Italia, i Longobardi.

 

Papa Gregorio I riferisce di un miracolo, narratogli dal vescovo di Luni (diocesi allora contigua a quella di Lucca, città che hanno tanti punti a comune).

Mentre i Lucchesi si affaticavano invano, per deviare il corso del Serchio, che correva troppo vicino alla città e con le inondazioni causava danni continui, Frediano, dopo che era stato richiesto il suo aiuto, si avviò sul percorso che il fiume avrebbe dovuto seguire, tracciando un solco con un rastrello e le acque lo seguirono docilmente!

Nella realtà, San Frediano, nel 575, fece aprire una nuova bocca del Serchio a Migliarino.Forse l’allusione al rastrello nasconde uno strumento usato per tracciare il nuovo corso delle acque del Serchio. O possiamo immaginare che il fiume avesse tanti rami (ancor oggi detti a Porcari: rughi, e che ricordassero i “denti” di un rastrello, poi convogliati in un unico ramo, che sboccasse più facilmente in mare…). Qualcuno addirittura, è persino andato a cercare il termine latina “sarcula” dicendo che poteva avere affinità con il nome del fiume Serchio!!! che viene da tutt’altra cosa, che penso di ave trovato, ma posso evidentemente, sbagliare in un’attività svolta anticamente sotto le Apuane, nel greto e nel letto del fiume! E poi questi che hanno avuto la bella pensata, evidentemente non hanno mai “sarchiato” le patate! Perché se è vero che modernamente nella sarchiatura si può anche usare un rastrello o una “forchetta”, in latino, “sarcula” sono delle “marre” o zappe leggere con le quali si rincalza il terreno attorno ad una pianta o se ne dissoda leggermente il terreno accanto, togliendo anche le erbacce facendo “respirare” la terra, cosa certo che non si può are con il rastrello che allora aveva denti di legno!

In verità, il “RASTRELLO” altro non sono che i pali infissi, secondo l’ingegneria romana, nei fiumi per fondare i piloni dei ponti e quelli per deviare il corso dell’acqua per permettere queste costruzioni: con una serie notevole di questi, S. Frediano (o chi per lui!) allontanò  progressivamente il corso del Serchio dalla città (che lambiva, non a caso, proprio dove sorge la Chiesa e i conventi di S. Frediano) assecondando gli aventi naturali, perché i depositi alluvionali di enorme portata delle acque torrentizie del Serchio con i detriti apuani ed appenninici, avevano finito di innalzare la Piana di Lucca, dove prima defluiva la maggior parte del fiume che poi sfociava nei laghi di Sesto e Bientina, per poi defluire nell’Arno. Fiume nel quale provocava disastrose alluvioni, come quella che finì per sommergere le navi di S. Rossore!

I “rastrelli” di S. Frediano cambiarono la storia naturale, ma anche umana della Piana e del nuovo corso, Nozzano, Ripafratta a Nord di Pisa.

 

 

È stata anche avanzata l’ipotesi, che Frediano nei suoi viaggi e nei suoi studi, potesse aver realmente acquisito una certa esperienza in fatto di bonifiche idrauliche. Forse entro i contatti con esperti idraulici di origine latina o addirittura etrusca che avevano conoscenze elevatissime…

In ogni caso, nel terreno liberato dalla minaccia del fiume, a nord della cinta romana della città, Frediano fondò un Monastero dedicato ai santi leviti Vincenzo, Stefano e Lorenzo. Successivamente il tempio fu dedicato alla Vergine, poi allo stesso San Frediano.

 

 

In quello stesso edificio furono infine tumulate le spoglie del santo, in una cripta costruita alla fine dell’VIII secolo e poi distrutta in osservanza della riforma liturgica gregoriana, probabilmente sotto il vescovo Rangerio, che smantellò anche la cripta di San Martino in cui si custodivano le reliquie di San Regolo nel 1109. Se ne celebra la memoria il 18 novembre, anniversario del ritrovamento delle sue reliquie.

 

Secondo alcune fonti il nome irlandese di Frediano sarebbe stato “Finnian”. O forse fu discepolo di S. Finniano di Clonard, nel cui officio, si ricordan rivi e fiumi…

In latino, il nome era Fridianus e da qui passò nel dialetto lucchese; A Lucca infatti, fino alla metà del XX secolo San Frediano era designato come San Fridiàn, San Friàn o San Friàno.

 

Credo indubbiamente che ci sia un collegamento, tra il fatto che la chiesa principale della città, San Frediano sia al nord della città e che là si trovi la deviazione dell’antico corso dell’Auser (che anticamente seguiva il declivo della Piana verso Marlia e poi Porcari (dove ancora ci sono i Rughi, gli antichi rami del Serchio, per poi sfociare nel Lago di Sesto). E sarebbe bene indagare l’antico affresco ormai quasi sbiadito che era sul fronte dell’antichissima chiesa dei santi leviti.

E’ indubbia l’opera secolare dei Lucchesi, per arginare il fiume e farlo defluire a nord della città, liberando la fertile piana, rialzata dalle stesso piene alluvionale del Serchio, e, che da se stesso, piano piano, con gli enormi depositi, impedì il defluire verso la palude ed il Lago di Bientina. Ma l’uomo(come si vede nell’affresco dell’Aspertini in S. Frediano, dette una grossa mano alla natura). Deve essere stata indubbiamente una fatica enorme, colossale, tanto che i parsimoniosi Lucchesi, per indicare una persona dispendiosa, dicono: “Costi più che il Serchio ai Lucchesi!”.

E sono evidenti gli argini ed i poggi che da Ponte a Moriano, fino al Pisano hanno elevato per impedire l’allagamento dei loro terreni più fertili.

Nel 1200, gli stessi Lucchesi, sfruttando il percorso antico del loro fiume, scavarono il Fosso Civico che entrando in città e lambendo le mura, muoveva centinaia di magli e industrie della seta e della lana.

 

 

 

San Frediano devia le acque del Serchio, dalla predella della Pala Barbadori, Filippo Lippi, tempera su tavola, Galleria degli Uffizi

 

 

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