10 ott Bataille_de_Poitiers

Bataille_de_Poitiers

“Re Carlo tornava dalla guerra, lo accoglie la sua terra, cingendolo d’allor…” cantavano De Andrè e Paolo Villaggio nel 1959, cercando di mettere in parodia uno degli atti che permette la vita che oggi stiamo progressivamente perdendo. Io non mi scandalizzo delle nuove “invasioni” che sono trasformate in senso moderno in immigrazioni più o meno clandestine: la vita, come la guerra, che fa parte della vita, come la natura, aborre dal vuoto, tende a riempirlo. L’Europa non ha più valori da esprimere, è priva di un’identità politica, militare, culturale, fiscale, cioè in una parola: è priva di idee comuni, forse meglio: è priva di idee! è lontana anni luce da formare uno stato unico che non verrà mai, perché sarà sopraffatta prima e quindi “è giusto” che altre popolazioni, altre etnie, riempiano questo “Vuoto”!

Gli Arabi hanno tentato più e più volte di conquistare l’Europa, anche dopo Poitiers. Ed anno assediato, come musulmani e guidati dagli Ottomani, cioè i Turchi di oggi, Vienna fin quasi a prenderla. I Mongoli sono arrivati fino all’Illiria, come dire in faccia a Rimini!

Oggi la Turchia è in procinto di entrare nella Comunità europea e ve ne sono 4 milioni di Turchi che già lavorano stabilmente in Germania. Secondo Il Central Institute Islam Archive, il numero totale dei musulmani in Europa nel 2007 era di circa 53 milioni, di cui 16 milioni nell’Unione europea. Allora! Oggi si parla ufficialmente dell’8% di religione musulmana in Europa (sarebbe bello sapere “ufficialmente” e realmente, quanti sono i Cristiani, visto l’abbandono in massa della religione, per sapere se superano l’8% della popolazione!) ma sono in molti a credere che siano molto di più: per esempio il dato “percepito” dai Francesi della presenza musulmana nella loro nazione, è del 31%!!!

Allora i Francesi, cioè i Franchi, la pensavano diversamente. E vista la conquista della Penisola Iberica, decisero di tentare di fermare l’invasione, che visto dove si svolse la battaglia era già arrivata al centro della Francia, ad una latitudine pari a quella di Bolzano!

La battaglia di Poitiers fu combattuta in un giorno indeterminabile di ottobre (forse il 10) del 732 tra l’esercito Arabo-Berbero musulmano di al-Andalus, comandato dal suo governatore, ʿAbd al-Raḥmān b. ʿAbd Allāh al-Ghāfiqī, e quello dei Franchi di Carlo Martello, maggiordomo di palazzo (equivalente a capo dell’esecutivo e dell’esercito) dei re merovingi.

Il governatore arabo (wālī) si era spinto, attraverso l’Aquitania, verso Bordeaux e puntava in direzione della città di Tours e della sua ricca basilica, dedicata a Martino di Tours, per depredarla.

Eudes (Oddone), duca della marca d’Aquitania, che in passato aveva avuto utili intese coi musulmani e pessime invece con Carlo, tentò di arrestare il passaggio dell’esercito musulmano ma fu sconfitto nella battaglia della Garonna. Fu allora costretto a chiedere suo malgrado l’intervento del potente maggiordomo di Austrasia e Carlo si presentò con un composito esercito, essenzialmente composto da Franchi, con forti presenze di Gallo-latini e Borgognoni e con minori aliquote di Alemanni, di abitanti dell’attuale Assia e Franconia, di Bavari, di genti della Foresta Nera, di volontari Sassoni , di Gepidi e di cavalleria leggera visigota. Tanto poco Carlo era preoccupato che non proclamò alcuna mobilitazione generale (lantweri), limitandosi a un semplice bannum (mobilitazione parziale).

Carlo Martello accettò di venire in soccorso di Oddone a patto che a lui spettasse il comando supremo dell’esercito coalizzato, il che venne ufficializzato con un solenne giuramento sulle reliquie dei santi conservati nella cattedrale di Reims. Il piano di Carlo Martello era quello di schierare la fanteria pesante franca alla confluenza di due fiumi in modo che fosse protetto sui fianchi dai corsi d’acqua contro i quali non era possibile un’azione decisiva della cavalleria nemica. La fanteria di prima linea era composta soprattutto da uomini armati della tradizionale ascia (la francisca), mentre in seconda linea erano schierati fanti armati di picche e giavellotti, in modo che ai fanti armati di ascia toccasse il compito di tenere il corpo a corpo con la fanteria leggera musulmana e ai fanti armati di picche e di lance quello di tener a debita distanza la cavalleria avversaria. La cavalleria di Oddone era invece mimetizzata in un bosco con un duplice incarico, di intervenire al momento concordato per depredare il campo musulmano sguarnito e per attaccare il fianco destro della formazione avversaria una volta che questo si fosse sbilanciato per eliminare la seconda fila dei fanti franchi.

L’esercito cristiano attese pertanto il nemico in una compatta formazione quadrata in mezzo alla confluenza di due fiumi, il Clain e il Vienne, forte di una posizione naturale pressoché inespugnabile, schierandosi in un’unica formazione, robusta e profonda, formata da una prima linea nella quale si era disposta la fanteria pesante intervallata da piccoli reparti di cavalleria. Altri cavalieri si erano posizionati sui lati esterni della seconda linea, lasciando il vuoto nella parte centrale per evitare improvvisi aggiramenti. Inoltre alla sinistra dello schieramento, molto arretrato e nascosto in un bosco, vi era Oddone I d’Aquitania (Eude) insieme alla sua cavalleria, pronto ad attaccare in ambo le direzioni.

I musulmani invece si schierarono nel seguente modo: l’ala sinistra era formata da cavalleria leggera e si «appoggiava» al fiume Clain; la parte centrale, composta interamente da fanti ed arcieri, si era posizionata sull’antica via romana, mentre l’ala destra del fronte musulmano era schierata su una bassa collina. Dietro ad ognuna delle due ali vi erano due schieramenti di dromedari da trasporto: gli Arabo-Berberi infatti sapevano che l’odore pungente di questi animali poteva far imbizzarrire i cavalli dei Franchi smobilitandone le schiere.

10 ott Le_Clain_au_Pont_Saint-Cyprien_à_Poitiers

Le_Clain_au_Pont_Saint-Cyprien_à_Poitiers

La formazione iniziale era quella tipica a forma di mezzaluna, con le cavallerie un po’ avanzate rispetto alle fanterie e disposte a tenaglia allo scopo di stringere il nemico sulle ali e accerchiarlo.

Dopo che gli eserciti si furono fronteggiati, addirittura per una settimana, cominciò la vera e propria mischia, dall’alba al tramonto: i musulmani si lanciarono all’attacco per primi facendo partire le cavallerie dei Berberi che investirono i fanti cristiani con una vera e propria pioggia di giavellotti, concentrando ripetuti assalti nelle zone del fronte avversario dove credevano possibile l’apertura di un varco.

La linea di condotta di Carlo Martello fu quella di non cadere nella trappola della tattica musulmana dell’al-qarr wa al-farr: cioè dell’attacco seguito da una programmata ritirata, mirante ad illudere l’avversario dell’imminenza di una facile vittoria e di un ancor più facile bottino, per poi portare un improvviso e inatteso nuovo attacco. Ordinò dunque che i suoi guerrieri attendessero l’attacco senza altra reazione che non fosse quella del momentaneo eventuale corpo a corpo, impartendo severe disposizioni affinché i suoi uomini non cadessero nella tentazione dell’inseguimento del nemico in apparente fuga.

Il suo «muro di ghiaccio» resse splendidamente.

Quando gran parte della cavalleria dei musulmani era ormai persa contro gli scudi, ma soprattutto contro le picche dei fanti cristiani, Carlo Martello diede un segnale che fece sbucare, dal bosco in cui era nascosta, la cavalleria di Ottone che caricò il fianco destro dei musulmani travolgendolo e mettendolo in fuga.

Nel frattempo cominciava l’avanzata compatta della fanteria che, abbandonate le posizioni di partenza, travolse tutto ciò che le si poneva di fronte. I fanti musulmani, privi di corazzatura, non potevano reggere il corpo a corpo con i robusti guerrieri del nord, pesantemente armati. Dallo scontro si passò quindi alla carneficina, che durò fino al tramonto quando anche ʿAbd al-Raḥmān venne ucciso da un colpo d’ascia, infertogli forse dallo stesso Carlo Martello. Quando si sparse questa notizia gli Arabo-Berberi sopravvissuti scapparono rapidamente, lasciando sul terreno feriti e tende, ma soprattutto il bottino conquistato durante tutte le razzie in Aquitania.

Gli islamici caddero in gran numero, tanto che i cronisti musulmani definirono il teatro di quella battaglia come «il lastricato dei màrtiri» (balāt al-shuhadāʾ), in quanto gran parte del massacro avvenne lungo la strada romana che lo schieramento musulmano teneva alle proprie spalle.

La battaglia sul breve termine non fu determinante, dal momento che la minaccia musulmana non era certo stata fermata – tant’è che un decennio dopo, gli Arabi conquisteranno le città provenzali di Avignone ed Arles (744 d.C.), ma mai più ritorneranno tanto a nord.

Invece, sotto un profilo strategico essa fu decisamente di grande portata, più che per aver fatto fallire il piano delle forze musulmane per aver invece fornito il destro a Carlo Martello di gettare le prime basi di un ambizioso futuro imperiale per sé e la sua casata che sarebbe stato poi portato a pieno compimento dal nipote Carlo Magno.

Proprio nel descrivere questa battaglia, pochi anni dopo, il monaco lusitano Isidoro Pacensis nelle sue Cronache, usa per la prima volta l’aggettivo «europei» per attribuire un’identità collettiva ai guerrieri che per la prima volta avevano fermato gli invasori musulmani. E probabilmente quei cronisti avevano ragione: la tattica araba consisteva nel conquistare un territorio rendendo serva la popolazione che era così costretta a mantenere i guerrieri islamici. Questi inoltre con il ratto delle donne si procuravano quattro mogli e numerosissimi figli, che diventavano i guerrieri di una successiva ondata invasiva.

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