Nell’Antica Roma, 15 e 16 Maggio: l’incredibile Festa degli Argei!!

16 Maggio Ponte Sublicio

 

Rito tra i più antichi (e un tempo cruento!) nel quale in ricordo di sepolture in acqua o di sacrifici di prigionieri o anche di senicidi! si gettavano nel Tevere 27 simulacri in giunco deti Argei.

 

di Daniele Vanni

 

ARGEI

 

Il 14 o 15 maggio si celebrava in Roma un rito, al quale partecipavano le vestali, i pontefici, il pretore e i cittadini; le Vestali gettavano dal Ponte Sublicio, l’antichissimo ponte di legno, ventisette fantocci di giunchi, con i piedi e le mani legate. I fantocci erano detti Argei.

Argeorum sacrariaerano 27 cappelle sparse per le quattro regioni serviane della città; alcuni le chiamavano Argei o anche Argea.

Il 16 e 17 marzo si andava ad Argeos, cioè si faceva una processione ai 27 sacraria suddetti. A queste cerimonie partecipava anche la Flaminica Dialis in abbigliamento di lutto.

I riti degli Argei non erano indicati nel calendario ufficiale romano delle feste religiose, cioè non erano feriae publicae.

Gli antichi non intendevano più il significato di questi riti, e perciò misero innanzi varî tentativi d’interpretazione; la più diffusa era che, per consiglio di Ercole, si sarebbero sostituiti i fantocci alle vittime umane (prigionieri greci, perciò Argei) che un tempo si solevano sacrificare.

I tentativi di spiegazione dei moderni non sono meno numerosi degli antichi.

C’è chi accetta, in sostanza, la più comune spiegazione antica, ritiene che Argei equivalga ad ‘Αργεῖοι, nome col quale nella poesia epica s’indicavano tutti i Greci, e che in età abbastanza recente (forse tra la prima e la seconda guerra punica) si sia istituito in Roma un sacrificio di Greci (rappresentanti la nazione nemica dei Romani considerati come Troiani), ai quali più tardi si sarebbero sostituiti dei fantocci.

Questa teoria non è però largamente accolta, e prevalgono le spiegazioni che si collegano alla ritualità dell’anno, secondo le quali, la cerimonia degli Argei altro non è che uno dei tanti riti drammatici, nei quali alcuni fantocci che vengono condotti in processione, e poi o annegati, o almeno aspersi d’acqua, o uccisi, rappresentano lo spirito morto o morente della vegetazione dell’anno passato, che viene o ucciso, per far posto al successore o ravvivato con l’acqua. Perciò questi fantocci sono in genere rappresentati come dei vecchi, e il nome di Argei si collegherebbe con la radice arg “bianco”, e si riferiva quindi a questo rito il detto sexagenarios de ponte, cioè: si gettino i vecchi dal ponte, che poi si cercava di spiegare con l’esclusione dei vecchi dal diritto di votare. La cerimonia sarebbe così antichissima, e forse originariamente aveva anche lo scopo di provocare la pioggia. La processione del marzo avrebbe invece rappresentato l’entrata dello spirito della vegetazione al principio dell’anno.

Altri interpretano, invece, i fantocci, come una specie di spaventapasseri alla rovescia, che sarebbero stati disposti nei varî quartieri della città, per stornare l’attenzione dei demoni dai viventi e attirarla sui fantocci, e che poi si cacciasse tutta la mala compagnia nel fiume (Frazer); perciò Plutarco, Questioni romane, 86, chiama il rito la più grande purificazione. Ma nessuna delle spiegazioni finora date è soddisfacente, e i riti degli Argei rimangono uno dei punti più oscuri della religione romana primitiva.

E’ da notare che il rito avviene alal fine delle Lemuria, e i Lemuri(dal latino “lemures“, cioè “spiriti della notte“, detti anche Larva[e],termine equivalente a fantasma)sono gli spiriti dei morti della religione romana, considerati come vampiri, ossia anime che non riescono a trovare riposo a causa della loro morte violenta e, secondo il mito, tornavano sulla terra, a tormentare i vivi, perseguitando le persone fino a portarle alla pazzia, infestando le case!

Può darsi davvero che questi fantocci, rappresentassero antichi prigionieri che venivano in questo periodo disposti in zone determinate dei vari quartieri e lì fossero incatenati, per restarvi soprattutto la notte e “assumere” su se stessi tutte le negatività dei Lemuri che circolavano senza pace!

E può darsi che davvero, carichi come erano di tutte quelle “negatività” venissero poi gettati, come capri espiatori, nel Tevere, perché così, “lavasse” la città!

 

 

Secondo Varrone, gli Argei erano figure mitiche delle origini di Roma: principi giunti nella penisola italiana al seguito di Ercole e si erano poi stabiliti nel villaggio fondato dal dio Saturno sul Campidoglio.

Ancora una volta, abbiamo, sotto forma di mito, la conferma di questi apporti greci alle popolazione italiche, che a seconda della loro origine, si sviluppano in maniera autonoma: così deve essere stato per gli Etruschi (molto probabilmente con arrivi più antichi da Creta e più “recenti” dalla Lidia e da qui la “leggenda” di una loro origine asiatica!) così per i Romani, con tutto il ricordo mitico che poi confluisce in Virgilio.

 

 

A queste figure erano collegate due feste religiose: il 16 e 17 marzo una processione percorreva i 27 sacraria (dalla regio suburana a quella Esquilina, Collina e Palatina). La seconda festa, detta dei Lemuria, del 15 maggio era ugualmente una processione, che si concludeva, presso il ponte Sublicio, con il lancio nel Tevere da parte delle Vestali, di fantocci in giunco (scirpea), rappresentanti gli stessi Argei.

 

I 27 “sacrari degli Argei”, elencati da Varrone in modo incompleto, corrispondono a un’antichissima divisione del territorio cittadino, precedente a quella delle 4 “regioni serviane” (da Servio Tullio) del VI secolo a.C. e si collegano con il Septimontium e con le curie.

 

Ovidio (Fas. V,622-659) riporta le diverse interpretazioni di questo rito che ai suoi tempi erano correnti.

 

Comincia con la storia leggendaria del responso di Giove Fatidico che avrebbe ordinato ai primi abitanti del luogo, al tempo in cui quella terra era detta Saturnia, di offrire a tale dio tanti corpi consacrati di vecchi quante erano le loro gentes. Ammette quindi che all’inizio, e sinché Ercole non venne nel Lazio (cioè un avanzamento della cultura e della civiltà, grazie ai Greci) si trattasse di sacrifici umani!

Ercole appunto avrebbe fatto gettare dei sostituti di giunco, dando così origine al rito presente. Sicché pur ammettendo il senicidiocome origine del rito degli Argei, ne rifiuta la pratica da parte dei Romani, negando che questi si siano mai macchiati di tale empietà!!?

 

Infine, per ultima pone in bocca al dio Tevere l’interpretazione che probabilmente gli pareva la più verisimile o accettabile, secondo la quale il rito sarebbe il ricordo, rappresentato simbolicamente da simulacri, della pratica della sepoltura in acqua,spiegata qui come desiderio degli eroi argivi restati a vivere sul territorio della futura Roma di esser sepolti nel fiume onde poter tornare in morte al paese natale di là del mare.

 

Tale interpretazione porrebbe tra l’altro il rito degli Argei in connessione con le pratiche di sepoltura nell’acqua diffuse tra molti popoli e appartenenti a un complesso religioso e rituale assai antico, legato all’idea della morte come viaggio per acqua verso la terra dagli antenati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anco Marzio

 

Re di Roma

In carica     641 a.C. – 616 a.C.

Nome completo   Numa Anco Marzio

Nascita       675 a.C. (?)

Morte         616 a.C.

Dinastia      Re latino-sabini

Anco Marzio, anche Marcio (latino Ancus Marcius; 675 a.C. (?) – 616 a.C.), è stato il quarto Re di Roma e l’ultimo di origine sabina, appartenente all’antica gens Marcia, probabilmente leggendario. Regnò per 24 anni.

 

Leggenda

 

Regno (641-616 a.C.)

 

Nel 641 a.C. Anco Marzio succede al bellicoso Tullo Ostilio, diventando il nuovo re di Roma, favorito all’ascesa al trono dal legame di parentela con Numa Pompilio, di cui era nipote per parte di una figlia. Pur essendo il nipote di Numa Pompilio, grande amante della pace e della religione, fece la guerra per difendere i suoi territori. Dopo il regno di Tullo Ostilio, che aveva cancellato ogni relazione tra il potere monarchico, la religione e la nascente sacralità romana, il nuovo monarca restaura questo rapporto.

 

Politica militare

 

Anco Marzio riprende l’espansione verso sud a danno dei Latini, guerra già avviata dal suo predecessore, conquistando Politorium, i cui cittadini furono deportati a Roma.Quindi dopo quattro anni di combattimenti, conquistò nuovamente Medullia, dopo che questa colonia romana aveva nuovamente defezionato passando ai Latini. La stessa sorte toccò agli abitati di Tellenae e Ficana, garantendo così a Roma il controllo dei territori che si estendevano dalla costa all’Urbe.

 

Quindi, dopo altri due anni di guerre infruttuose di guerre con i Latini, i Romani conquistarono e saccheggiarono Fidenae e respinsero anche razziatori Sabini, che avevano compiuto scorrerie nei possedimenti romani lasciati sguarniti. Quindi, dopo pochi anni, i Romani combatterono e vinsero due guerre (la seconda delle quali nei pressi di Campus salinarum) contro la città di Veio, che pretendeva di riavere i possedimenti persi all’epoca di Romolo, e l’anno seguente ebbero la meglio anche dei Volsci, che dopo aver razziato le campagne romane, si erano ritirati entro le mura di Velitrae all’apparire dell’esercito romano.

 

Politica urbanistica

 

Aggiunse così alla città di Roma, oltre all’Aventino, che cinse all’interno della mura cittadine e popolò con le popolazioni latine deportate a Roma (tra le quali quelle di Tellenae e Politorium), anche il Gianicolo, e probabilmente anche il Celio.

 

Durante il suo regno sono realizzate numerose opere architettoniche tra cui la fortificazione del Gianicolo, la fondazione della prima colonia romana ad Ostia alla foce del Tevere (a 16 miglia da Roma), “evidentemente perché già allora aveva il presentimento che le ricchezze ed i viveri di tutto il mondo sarebbero stati, un giorno, ricevuti lì, come se fosse lo scalo marittimo di Roma”; la costruzione della via Ostiense, dove per primo organizzò le saline e costruì una prigione, la costruzione dello scalo portuale sul Tevere chiamato Porto Tiberino e la costruzione del primo ponte di legno sul Tevere, il Ponte Sublicio.

 

Politica religiosa

 

Ristabilì le cerimonie religiose istituite da Numa. A lui si fa discendere la definizione dei riti che dovevano essere seguiti dai Feciali perché la guerra dichiarata ai nemici non dispiacesse agli dei e potesse essere quindi una “guerra giusta”.

 

Anco Marzio sarebbe soltanto un duplicato di Numa, come si potrebbe dedurre dal suo secondo nome, Numa Marzio, dal confidente e pontefice di Numa, non essendo niente altro che Numa Pompilio stesso, rappresentato come sacerdote. L’identificazione con Anco è indicata dalla leggenda che indica quest’ultimo come un costruttore di ponte (pontifex), il costruttore del primo ponte di legno sopra il Tevere. È nell’esercizio delle sue funzioni sacerdotali che la somiglianza è mostrata più chiaramente.

 

Morte

 

Come Numa Pompilio, Anco Marzio morì di morte naturale dopo venticinque anni di regno (nel 616 a.C.), di malattia secondo altri lasciando due figli, uno dei quali ancora fanciullo. Gli succedette Tarquinio Prisco.

 

 

 

Credo che la spiegazione del rito degli Argei debba essere interpretato, partendo dal luogo del “sacrificio”: il Ponte Sublicio. E’ questo il primo ponte di Roma. Da qui il re pontifex, Numa Pompilo, che recuperò non a caso i valori sacrali del rex e conquistò il sud di Roma abitato dai Latini e da Greci (Argei) che furono costretti ad inurbarsi e che probabilmente furono fatti aderire al tessuto religioso della città, con la costruzione di queste nuove 27 cappelle. E’ probabile anche un sacrificio di alcuni prigionieri (vecchi?) che venivano buttati nelle acque che si avviavano verso la prima vera colonia di Roma: Ostia.

 

Ed in questo particolare punto quando Roma si sentì abbastanza sicura da attacchi nemici, fu costruito il primo ponte: il Sublicio. Erano i tempi in cui la sacralità si leggeva in ogni cosa: il fiume Tevere, portatore di vita e di commerci, era sacro e quindi era considerato un Dio; il recinto quadrato su cui sorse Roma fu scelto dall’àugure a somiglianza della città celeste ed era sacro, le mura di conseguenza erano sacre e lo stesso le porte che permettevano il passaggio in ambedue i sensi, per cui anche il ponte che permetteva di passare comodamente da una riva all’altra era considerato sacro come le acque del fiume che scorrevano sotto di esso e che ogni tanto manifestavano la furia del dio Tevere che inondava rovinosamente le campagne circostanti! Essendo dunque un elemento sacro, furono escluse le parti metalliche (ferro e bronzo) in ossequio ad antichi tabù religiosi, ma secondo Varrone questa tecnica costruttiva era dovuta alla necessità di dover tagliare rapidamente il ponte in caso di attacco nemico, proveniente in genere dai territori etruschi sulla riva destra del Tevere.

Alla cura e alla ricostruzione del ponte (danneggiato spesso dalle piene) era preposto il Pontefice Massimo, che derivava il nome dalla sua funzione di “costruttore di ponte”. Sempre secondo Varrone (grande erudito dell’epoca di Cesare) in occasione delle ricostruzioni di ponte Sublicio, si tenevano solenni rituali tanto sull’una quanto su l’altra sponda del fiume, inoltre nei mesi di Marzo e Maggio si svolgevano le suggestive cerimonie religiose degli Argei. La prima parte delle celebrazioni consisteva in una processione solenne da parte dei cittadini in 24 sacrari sparsi in tutta la città, che ricorda molto il giro delle chiese che si compie secondo consuetudine a primavera il venerdì di Pasqua. La seconda parte della festa aveva luogo il 15 di Maggio, in questo giorno le Vestali (vergini sacerdotesse del Tempio) si recavano al fiume dove in presenza del Pontefice Massimo gettavano dal ponte Sublicio 24 fantocci fatti di giunchi, probabilmente in ricordo di antichi sacrifici umani a carattere espiatorio eseguiti in origine con prigionieri di guerra; riti antichissimi che forse servivano ad acquietare il dio Tevere, che nel periodo primaverile del disgelo andava ingrossando le acque provocando disastrosi allagamenti.

La tradizione attribuisce la costruzione del ponte ad Anco Marcio, il “re costruttore”, verso la fine del VII sec. a.C. Dicevamo che per scopi religiosi era interamente costruito di legno, con piloni formati da fasci di travi affondati nel letto del fiume e con le altre parti assemblate con sistemi ad incastro.

Per quanto riguarda il nome, è generalmente accettata la teoria che fa derivare il termine Sublicio da “sublica”, vocabolo che nell’antica lingua Volsca si riferisce alle travi.

Nelle fonti storiche è menzionato per la prima volta nella guerra tra Romani ed Etruschi, dopo la cacciata dell’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo. La notizia riporta il taglio del ponte ad opera dei Romani, nel corso della guerra contro Porsenna, al quale Tarquinio aveva chiesto aiuto. La storia o leggenda che sia ci ha conquistato già sui banchi di scuola delle elementari: mentre l’esercito romano si dava alla fuga, il soldato di nome Orazio Coclide si pose da solo sul ponte alla difesa del passaggio, mentre altri suoi compagni tagliavano la testata di ponte. Come in ogni migliore racconto, l’eroe buono si salva e a nuoto raggiunge la città che per ringraziamento gli tributò una statua equestre.

 

 

 

PONS SUBLICIUS

 

Era il più antico ponte di Roma, realizzato in legno al tempo di Tullio Ostillio (.. – 641 a.c.) e terminato da Anco Marcio, (575 – 616) secondo Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso.

Un’altra versione narra che venne eretto da popolazioni abitanti la sponda destra del Tevere molti anni prima della presunta nascita di Roma, restaurato una prima volta da Ercole in persona ed una seconda nel 614 a.c. sotto il regno di Anco Marzio.

 

La tradizione religiosa, coincidente con la necessità di poterlo smontare facilmente in caso di invasione, prescriveva che non fosse utilizzato altro materiale che il legno, quindi senza ferro e senza bronzo, per cui anche i chiodi erano esclusi e soppiantati da cunei di legno.

 

Ponte Sublicio, noto anche come ponte Aventino o ponte Marmoreo, è un ponte che collega piazza dell’Emporio a piazza di Porta Portese, a Roma, nei rioni Ripa, Trastevere e Testaccio e nel quartiere Portuense. Il ponte  oltrepassava il fiume Tevere poco a valle dell’Isola Tiberina, dopo il ponte Emilio, in corrispondenza dell’antico guado, l’unico possibile nel percorso nord-sud in epoca protostorica, ai piedi dell’Aventino.

 

Il più ​​antico e fragile ponte di Roma, detto anticamente il ‘ponte dei pali’ (Livio 1.33.6: ponte Sublicio, parlando del VII sec. a.c.; Festo 374.), presenta problemi topografici sulla sua collocazione. E ‘rimasto principalmente come una costruzione in legno su fondamenta di pietra e pali e quindi non è sopravvissuto dopo il V sec. a.C.

 

La sua posizione esatta comunque è ancora sconosciuta!

E ‘entrato a far parte del Forum Boario, a Trans Tiberim (Trastevere), possibilmente fornendo un importante collegamento con l’ Aventino attraverso la Porta Trigemina, e sulla riva destra alle pendici del Gianicolo nonché direttamente alla Via Campana, a valle del Ponte Emilio con la sua testa di ponte sinistra immediatamente a sud del Tempio rotondo del Tevere, tra la Cloaca Massima e la “Cloaca del Circo Massimo”.

 

La posizione della testa di ponte Transtiberina è più oscura.

 

 

IL PONTE SACRO

 

 

Il nome Sublicio (Pons Sublicius) deriva dal termine sublica, che sembra di lingua volsca, che significa “tavole di legno”.

 

Il ponte era infatti costruito originariamente tutto in legno e vi è legato l’eroe Orazio Coclite, nei primi anni della Repubblica romana, che difese da solo il ponte che conduceva a Roma contro gli Etruschi di Chiusi guidati dal loro lucumone Porsenna.

 

Orazio Coclite riuscì ad arrestare l’avanzata degli Etruschi mentre i compagni demolivano il ponte Sublicio ,per impedire che i nemici passassero il Tevere.

 

Quando il ponte stava per crollare, Orazio ordinò loro di mettersi in salvo, rimanendo a combattere da solo. Poi per alcune fonti affogò, per altre si salvò, ma non fu dimenticato, nè lui nè il ponte.

 

Secondo le regole religiose romane il ponte doveva essere fatto interamente di legno, ovviamente per poterlo smontare facilmente per esigenze di difesa. Infatti i romani non lo abbatterono, perchè sarebbe stato impossibile, ma lo smontarono, cioè sfilarono man mano tutti i chiodi di legno che lo tenevano unito.

 

Coloro che sapevano costruire un ponte erano in tempi arcaici considerati sacri, perchè ispirati dagli Dei. Il costruttore di ponti era il Pontifex, il “pontefice”, termine adottato poi dalla religione cattolica,

 

Ma il ponte era ritenuto sacro anche perché vi si svolgeva il rito degli Argei che si svolgeva il 15 maggio di ogni anno.

Quel giorno una lunga processione di vergini romane seguiva la vestale Flaminia, sacerdotessa di Giunone e moglie del sacerdote di Giove, il pontefice massimo, che seguiva in processione, seguito dal pretore e i sacerdoti lungo le strade della città.

 

Al Ponte Sublicio, il corteo si arrestava e Flaminia, con le vesti discinte per esternare lo stato di dolore, dopo aver legato mani e piedi a 24 (o 27) fantocci in vimini portati fin li, li gettava nelle acque del fiume uno dopo l’altro.

 

Tale cerimonia voleva forse ricordare gli Argei o Argivi, i 30 compagni di Ercole che, spinti dal desiderio di tornare al più presto da Argo, la patria lontana, chiesero ed ottennero di essere gettati, almeno dopo morti, nel fiume ed abbandonati alla corrente.

 

Ma secondo altri, in una versione più credibile, i compagni di Ercole furono gettati vivi nella corrente dalla rivolta popolare.

 

Ciò spiegherebbe, solo però per una piccola parte, l’altra è legata al ciclo annuale,  il dolore e le conseguenti feste di Lemuria, per la cui cerimonia erano addetti, secondo alcuni creati ad hoc, la magistratura religiosa dei “pontifices”.

 

Il nome in lingua volsca significa “tavole di legno”. Il ponte era infatti costruito con piloni formati da fasci di travi affondati nel letto del fiume e con le altre parti assemblate con sistemi ad incastro, con traversine di legno duro, senza ferro nè bronzo.

 

 

ORAZIO COCLITE

 

Ad esso è legato il mitico episodio di Orazio Coclite, nei primi anni della Repubblica romana.

 

Si narra che nel 508 a.c., nei primi anni della Repubblica romana, Orazio Coclite riuscì ad arrestare l’avanzata degli Etruschi mentre i compagni demolivano il ponte Sublicio per impedire che i nemici passassero il Tevere.

 

Quando rimase da abbattere soltanto una piccola parte del ponte, Orazio ordinò ai compagni di mettersi in salvo, rimanendo a combattere da solo. Al termine della demolizione si gettò nel Tevere con tutta l’armatura e secondo Polibio affogò.

 

Secondo Tito Livio, invece, riuscì a traversare il fiume nuotando e a raggiungere Roma. Il popolo di Roma gli dimostrò la sua gratitudine dedicandogli una statua e donandogli un appezzamento di terreno pari a quanto ne poteva arare in un intero giorno.

 

 

CAIO GRACCO

 

Un altro episodio che lo rese famoso ma anche funesto, fu quello dei Gracchi. 122 a.c., quando Caio Gracco vide cadere la propria legge con cui proponeva la concessione della cittadinanza romana ai Latini, e latina agli Italici. Dalle elezioni consolari dello stesso anno venne eletto Lucio Opimio che propose l’abrogazione di tutte le leggi graccane. Questi, invitò i senatori e i cavalieri a presentarsi armati in Campidoglio per porre in salvo le istituzioni dello Stato.

 

 

Opimio respinse ogni tentativo di proposta avanzata dai graccani e l’assalto all’Aventino. Flacco cadde per primo e Caio cercò di fuggire verso il ponte Sublicio per dirigersi verso il Gianicolo. Per non finire nelle mani dei nemici, raggiunto il bosco della Dea Furrina (attuale villa Sciarra), si fece uccidere dal servo Filocrate, che poi si uccise a sua volta. L’antico ponte, dunque, stava all’altezza della porta Trigemina, tra l’ospizio di S. Michele e l’Aventino.

 

 

I RESTAURI

 

Il ponte subì frequenti restauri e ricostruzioni (60, 32, 23 a.C., 5 d.C., 69 d.C.), sotto Antonino Pio e probabilmente anche sotto gli imperatori Traiano, Marco Aurelio e Settimio Severo, con la ricostruzione dei piloni in muratura e rivestimenti in travertino. Sulle monete di epoca imperiale compaiono alle estremità del ponte anche un paio di archi in entrata e in uscita con due coppie di statue.

 

Dopo l’inondazione del 60 a.C. fu inevitabile la ricostruzione del ponte con sovrastrutture in legno sopra pilastri di pietra. Altre distruzioni si ebbero nel 23 a.C. sotto Antonino Pio.

 

I sostegni di solida muratura erano sufficientemente alti sulla linea dell’acqua da rimanere nella memoria per tutto il medioevo, e ne sentiamo parlare di frequente come di un “pons fractus iuxta Marmoratam” (ponte crollato presso la Marmorata).

 

 

LA DISTRUZIONE

 

 

La rovina del ponte si lega con il tramonto della religione pagana e con il cessare dei rituali che avevano per oggetto questa reliquia della città, tanto che non fu più ricostruito, ma nel medioevo ancora si vedevano i resti nei periodi di magra.

 

Furono demoliti del tutto sotto Sisto IV. Infatti “Il 23 luglio 1484″ in cui “Papa Sisto, il grande demolitore dei monumenti romani, mandò 400 grandi palle di cannone di travertino, fatte dei resti di un ponte di Marmorata, chiamato il ponte di Orazio Coclite”. Pensare che i rivestimenti romani del ponte furono trasformati in palle di cannone anzichè edificarvi il nuovo ponte fa rabbrividire. Ma si sa che i Papi furono famosi per la distruzione di Roma antica e non per l’edificazione dell’anima, visto che con sprezzo delle nostre origini, della storia, dell’arte ed anche dell’essere umano, si pensava di più a costruire palle di cannone!!!

 

In compenso al termine poi di ogni ricostruzione venivano compiute particolari cerimonie propiziatrici da parte del collegio dei pontefici, copiando un po’ gli antichi rituali pagani.

 

Comunque i pilastri nuovi edificati dal Papa Sisto tennero meno dei precedenti (normale vista l’intelligenza!!!) che forse potevano essere tenuti vista la grande capacità edificatoria e ingegneristica dei Romani. Infatti i nuovi pilastri durarono solo 4 secoli, cioè fino al 1878, quando, dopo le piene, con la dinamite si effettuò la loro completa distruzione (ma forse la base quella che aveva resistito era ancora romana!) per la risistemazione degli argini del fiume.

Il che ci dice, insieme ai bastioni (con scandalo e tangenti per tutta la famglia Garbaldi) e che hanno per sempre fatto due cose a se stanti tra Roma e Tevere, un abominio più profondo di quello dei Papi! come l’intelligenza umana, nei confronti della natura sia andata crescendo nel millenni! Cioè al pari passo con la capacità tecnico-distruttiva dell’uomo.

 

 

IL PONTE SUBLICIO OGGI

 

Dello scomparso ponte romano porta la stessa denominazione il ponte, costruito nel 1918 su progetto del valido architetto Marcello Piacentini.

 

Il nuovo ponte congiunge le due rive del Tevere all’altezza di Piazza di Porta Portese con Piazza dell’Emporio.

 

Ponte Sublicio, o ponte Aventino o ponte Marmoreo, collega piazza dell’Emporio a piazza di Porta Portese, a Roma, nei rioni Ripa, Trastevere e Testaccio e nel quartiere Portuense.

 

Il ponte, che inizialmente, secondo il progetto del 1914, si sarebbe dovuto chiamare ponte Aventino per la vicinanza al mitico colle, è in muratura ed ha tre arcate, misura 105 m in lunghezza e 20 in larghezza.

 

Dell’antico ponte non resta oggi alcuna traccia, ma la sua ubicazione era all’altezza dell’odierna via del Porto, all’estremità settentrionale del complesso del San Michele.

 

 

 

 

 

 

 

FacebookTwitterGoogle+Condividi