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Studentesse, lavoratrici, casalinghe o pensionate, di qualsiasi ceto, o di qualunque ruolo si tratti, in Italia, come in Europa le donne sono, ancora oggi, vittime di una grave discriminazione. La violenza rimane un brutto male inestirpato. Secondo i dati Istat, di pochi mesi fa: la violenza contro le donne rimane un fenomeno ampio. Quasi 7 milioni di donne hanno dovuto subire violenza fisica o sessuale.  Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri, 746 mila sono state vittime di tentati stupri, 3 milioni 466 mila hanno, invece, subìto lo stalking di un ex nel corso della loro vita e  4 milioni 400 mila sono le donne vittime di violenza psicologica. Numeri sconvolgenti che sottolineano ancora una volta come il fenomeno sia ancora diffuso. La maggior parte degli stupri è commesso dal compagno o dall’ ex marito/fidanzato. E’ proprio alla fine di una relazione che spesso vengono commesse le violenze più gravi. Le donne separate o divorziate sono le maggiori vittime di violenze fisiche o sessuali.

Uno dei dati più sconcertanti riguarda le giovani donne.  Da questa parte del report emergono dettagli raccapriccianti su come le ragazze, anche minori di 16 anni di età, siano state costrette a farsi toccare e a toccare l’abusatore contro la propria volontà. Tra gli autori, anche in questo caso, prevalgono le persone conosciute.

Emergono, però alcuni segnali di miglioramento. Negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%. E a parere dell’Istat questo miglioramento sarebbe imputabile soprattutto alle donne: che sanno prevenire e combattere il fenomeno, ma anche di un clima sociale di maggiore condanna della violenza.  L’entità delle violenze però rimane grave: aumentano quelle che hanno causato ferite gravi e il numero di donne che hanno temuto per la propria vita.

La violenza però non è solo fisica. A far paura sono anche i dati sui soprusi psicologici ed economici. Sono state rilevate, infatti, gravi situazioni di controllo e svalorizzazione della donna: come in tutti quegli atteggiamenti che costringono all’isolamento, alle limitazioni nel rapporto con la famiglia di origine e con gli amici, fino al tentativo di impedire di lavorare o studiare.

Nella rilevazione sui fenomeni di violenza rientra anche il censimento dei dati su quella di tipo psicologico, che non riguarda solo le offese e le denigrazioni pubbliche, ma anche le forti critiche per l’aspetto esteriore e per come la compagna si occupa della casa e dei figli. Veri e propri ricatti, come le minacce di fare del male ai figli e alle persone care o di suicidarsi. Tra le forme di controllo, sembrerà impossibile nel 2016, ma emergono, anche, l’imposizione da parte del partner su come vestirsi, l’essere seguite, l’impossibilità di uscire da sole, fino alla vera e propria segregazione. Anche la violenza economica viene evidenziata nel report come il grave  e diffuso impedimento per la donna a conoscere il reddito familiare, ad usare il proprio denaro e il costante controllo su quanto e come vengono spesi i soldi.

L’Istat, ad ottobre 2015, ha anche fornito un quadro non molto rassicurante sul mondo del lavoro. Un mondo che sembra voler “ascoltare” solo la voce maschile. Non è una novità, ma rimane sconcertante come gli uomini abbiano ancora stipendi più alti rispetto alle colleghe femmine, a parità di titolo di studio.  Nemmeno più confortante il dato sulle lavoratrici senza contratto; e in particolare, sulle neo mamme, che vengono demansionate o rimangono senza occupazione dopo il parto. Anche sul fronte pensionistico emerge un trattamento non equo tra la retribuzione femminile e maschile. Infatti, le donne hanno un salario pensionistico che si attesta (con una percentuale più alta rispetto agli uomini) sotto i mille ero al mese e addirittura circa un 15% di donne rimane sotto la soglia dei 500 euro mensili.

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